Il fango non si combatte, si balla: ecco come trasformare una corsa instabile in un esercizio di tecnica, ritmo e controllo mentale.
- Non combattere il terreno: irrigidirsi è il modo più veloce per cadere; serve morbidezza e accettazione dello scivolamento.
- Accorcia il passo: aumenta la cadenza e atterra con il piede sotto al baricentro per massimizzare la stabilità.
- Usa le braccia: nel fango non servono per la spinta ma per l’equilibrio, allargale come un funambolo.
- Leggi il terreno: impara a distinguere il fango “colloso” da quello “liquido” e anticipa le superfici trappola come radici bagnate.
- Scarpe adeguate: i tasselli aiutano, ma è la mescola della suola a fare la differenza sulle rocce umide.
- Allenati alla scivolata: dedica 30 minuti a capire come reagisce il tuo corpo quando perde aderenza, in sicurezza.
Perché nel fango ti senti “goffo”: cosa cambia davvero
A un certo punto l’uscita trail invernale passa da “epica avventura nella natura” a “lotta greco-romana contro la forza di gravità”. Succede quando il sentiero smette di essere solido e diventa una mousse al cioccolato instabile. La tua prima reazione, istintiva e sbagliata, è irrigidirti. Diventi un pezzo di legno. E il legno, sul fango, non funziona molto bene.
La sensazione di goffaggine non è solo nella tua testa, è pura biomeccanica. Quando corri sul solido, il tuo cervello usa la propriocezione per prevedere esattamente come il piede spingerà via il terreno. Sul fango, questa previsione salta. Il piede atterra, scivola di qualche millimetro (o centimetro), e il cervello va in panico, contraendo tutti i muscoli stabilizzatori per evitare il disastro.
Il segreto non è cercare di correre come se fossi sull’asfalto asciutto. È accettare che la trazione è compromessa e che l’instabilità è la nuova normalità. Se cerchi di spingere forte, disperdi energia (le ruote girano a vuoto, per intenderci). Devi smettere di cercare la prestazione cronometrica e iniziare a cercare la fluidità.
Tecnica base: passo più corto, cadenza più alta, appoggio sotto al corpo
Immagina di correre sulle uova. O su un pavimento appena lucidato con la cera. Se fai falcate ampie (overstriding), atterri con il tallone molto avanti rispetto al tuo bacino. Sul fango, questo è l’equivalente di tirare il freno a mano mentre sterzi: il piede parte in avanti e tu finisci di schiena.
La regola d’oro è: frequenza alta, passo corto.
Devi aumentare la cadenza. Facendo passi più rapidi e brevi, costringi i piedi ad atterrare esattamente sotto il tuo baricentro. In questa posizione, il tuo peso preme perpendicolarmente al terreno, massimizzando quel poco attrito che c’è. Se scivoli mentre il piede è sotto di te, puoi recuperare; se scivoli quando il piede è lontano dal corpo, sei a terra.
E le braccia? Dimentica la postura composta da maratoneta. Nel fango le braccia servono per volare (o almeno per non cadere). Allargale, alzale se serve. Sono il tuo bilanciere naturale per compensare gli spostamenti improvvisi del bacino.
Sguardo e traiettorie: dove guardare e dove mettere i piedi
Se guardi i tuoi piedi, sei in ritardo. Quando vedi il fango sotto le scarpe, ci sei già dentro.
Lo sguardo deve essere proiettato dai 3 ai 5 metri in avanti. Devi mappare il terreno e processare le informazioni in anticipo: “lì c’è una pozza, lì c’è una pietra asciutta, lì c’è l’erba”.
Non fissarti su un unico punto (“devo mettere il piede lì o cado”). Mantieni una visione periferica e cerca sempre l’appoggio “meno peggio”. Spesso il centro del sentiero è la parte più scavata e fangosa; i bordi, dove c’è ancora un po’ di erba o detriti, offrono una trazione migliore. Ma attenzione a non finire fuori traccia.
Le 5 superfici-trappola (e come riconoscerle)
Il fango raramente viaggia da solo. Spesso nasconde o accompagna insidie peggiori.
- Legno bagnato: radici e tronchi umidi sono sapone. Non appoggiarci mai il piede sopra, scavalcali. Se devi proprio salirci, fallo con il piede piatto e perpendicolare.
- Roccia calcarea lucida: sembra solida, è ghiaccio. Cerca le fessure o le parti ruvide.
- Fango argilloso: si attacca alla suola e crea uno zoccolo che annulla i tasselli della scarpa. Ogni tanto calcia un sasso o un tronco per staccarlo.
- Foglie su buche: un classico autunnale. Un tappeto di foglie marce spesso nasconde fango profondo o sassi instabili. Sondare è meglio che affondare.
- Contropendenze: il sentiero inclinato lateralmente è il nemico numero uno delle caviglie. Qui rallenta, abbassa il baricentro e, se serve, cammina.
Scarpe e grip: cosa conta e cosa è “marketing”
Sì, le scarpe contano, ma non fanno miracoli. Puoi avere le gomme da neve su una Ferrari, ma se guidi male finisci nel fosso lo stesso.
Nel trail invernale cerchi due cose:
- Tassellatura: ti servono tasselli profondi (dai 4-5 mm in su) e ben distanziati. Se sono troppo vicini, il fango si incastra e la suola diventa liscia dopo dieci metri.
- Mescola: È la gomma stessa. Una mescola morbida (“sticky”) aderisce meglio su rocce bagnate e radici, dove il tassello non può penetrare.
Un dettaglio spesso ignorato è il fit (la calzata). Nel fango il piede tende a scivolare dentro la scarpa. Allaccia bene, usa l’ultimo occhiello se necessario. Se il piede balla dentro la scarpa, perdi precisione e rischi vesciche.
Quando è meglio cambiare piano: 3 segnali
Non sei un eroe se ti fai male in allenamento, sei solo uno che dovrà stare fermo due mesi. Cambia percorso o torna indietro se:
- Il fango è così profondo (sopra la caviglia) che rischi di perdere la scarpa o torcerti un ginocchio a ogni passo.
- Il sentiero è troppo frequentato e il tuo passaggio sta contribuendo a distruggerlo (erosione del trail).
- Sei mentalmente esausto. La corsa nel fango richiede un carico cognitivo enorme. Se non riesci più a concentrarti, inciamperai.
Mini-allenamento tecnico (25–30’): impara a stare fluido
Non serve fare chilometri per imparare. Serve sensibilità. Trova un tratto di sentiero fangoso, pianeggiante o leggermente in discesa, lungo circa 100 metri.
- Riscaldamento (10′): corsa lentissima su terreno facile.
- Attivazione (5′): skip basso e calciata rapida sul posto. L’obiettivo è svegliare i piedi, non alzare il cuore.
- The Mud Dance (10′-15′):
- Corri il tratto fangoso cercando di fare più passi possibile. Non cercare la velocità, cerca il contatto rapido col suolo.
- Torna indietro camminando.
- Rifallo cercando di cambiare traiettoria: passa dove c’è più fango, apposta. Senti come la scarpa perde aderenza e correggi con il busto senza fermarti.
- Ultimi 2 passaggi: corri “leggero”, immaginando di non lasciare impronte.
Alla fine avrai le scarpe sporche, ma avrai capito che il fango non ti vuole far cadere: ti sta solo chiedendo di ballare con lui.


