Il “Metodo Norvegese” della doppia soglia: cos’è e perché è utile anche gli amatori

Jakob Ingebrigtsen ha cambiato le regole del gioco. Ma non serve correre due volte al giorno per imparare la lezione più importante: rallentare per vincere.

Il Metodo Norvegese non consiste nel correre più forte, ma nel correre più a lungo alla giusta intensità, sostituendo la sofferenza dell’acido lattico con un controllo scientifico del ritmo.

  • Il metodo si basa sul controllo maniacale dell’intensità: mai andare “fuori giri” durante le ripetute.
  • La “Doppia Soglia” dei professionisti serve ad accumulare volume di qualità, ma per gli amatori basta applicare il principio del “rallentare”.
  • Correre le ripetute leggermente sotto la soglia (e non sopra) permette di farne di più e recuperare prima.
  • Non serve misurare il lattato: basta usare il cardiofrequenzimetro o la percezione dello sforzo (RPE).

 

Se segui l’atletica leggera, o anche solo se frequenti i social media di running, avrai sicuramente notato l’egemonia dei fratelli Ingebrigtsen. Jakob, in particolare, sembra una macchina progettata per distruggere record con una facilità disarmante.
Ma qual è il loro segreto?

La risposta non è una pozione magica, ma un approccio all’allenamento che ribalta decenni di “no pain, no gain”. Si chiama Metodo Norvegese, codificato inizialmente da Marius Bakken e portato all’estremo da Gjert Ingebrigtsen.
L’idea di base è controintuitiva: per andare più forte in gara, devi andare (leggermente) più piano in allenamento. O meglio: devi smettere di trasformare ogni sessione di ripetute in un’esperienza premorte.

Ma cosa significa “Doppia Soglia”? E soprattutto, ha senso per te che lavori 8 ore al giorno e non devi vincere l’oro olimpico? La risposta è sì, se sai come adattarlo.

Il segreto dei norvegesi: andare piano per andare forte (più a lungo)

Tradizionalmente, l’allenamento di qualità (le ripetute) è sempre stato associato al dolore. L’idea era: corri finché i polmoni non bruciano e le gambe non si riempiono di acido lattico.
Il Metodo Norvegese dice: no.

La filosofia è che accumulare troppo acido lattico in allenamento è controproducente. Crea troppa fatica, richiede troppi giorni di recupero e, alla fine, ti impedisce di allenarti quanto dovresti.
Il segreto è lavorare sulla soglia, non sopra. Rimanere in quella zona magica dove stai correndo forte, ma il tuo corpo è ancora in grado di smaltire il lattato che produce. È la differenza tra “fare fatica” e “distruggersi”.

Cos’è la “Doppia Soglia” e perché i pro si allenano due volte al giorno

Il cuore del sistema per gli atleti d’élite è il Double Threshold (Doppia Soglia).
Significa che, nei giorni di qualità (solitamente due volte a settimana), gli atleti svolgono due sessioni di ripetute nello stesso giorno: una la mattina (spesso intervalli più lunghi) e una la sera (con intervalli più brevi).

Perché lo fanno? Semplice: per il volume di qualità.
Facendo due sessioni a intensità controllata (appena sotto la soglia), un professionista può accumulare anche 25-30 km di lavoro di qualità in un solo giorno senza distruggere i muscoli. Se provasse a fare tutto in una volta sola, o se corresse al 100% delle sue possibilità, il corpo cederebbe.
Dividendo il lavoro e controllando il ritmo, possono stimolare il motore aerobico in modo massiccio.

Il controllo del lattato: la differenza tra “sfinirsi” e “allenarsi”

Se guardi un allenamento degli Ingebrigtsen, li vedrai fermarsi tra una ripetuta e l’altra per farsi pungere il lobo dell’orecchio e misurare la concentrazione di lattato nel sangue.
Il loro obiettivo è rimanere in un range bassissimo: tra 2.0 e 3.0 mmol/L (millimoli per litro).

Per darti un contesto: quando tu fai le ripetute “alla morte” al campo d’atletica e finisci piegato sulle ginocchia, il tuo lattato è probabilmente sopra i 10, forse 12 mmol/L.
Loro, pur correndo a ritmi per noi impensabili, stanno “comodi”.
Questo controllo maniacale impedisce loro di andare troppo forte. Sì, fondamentalmente si frenano. Perché sanno che superare quella linea rossa significa pagare un prezzo molto alto in termini di recupero.

Come applicare il metodo norvegese se sei un amatore (senza bucarti il lobo)

“Ok, ma io non posso allenarmi due volte al giorno e non giro con il lattacidometro in tasca”, dirai.
Vero. Per un amatore, fare la doppia soglia è rischioso (e logisticamente quasi impossibile). Ma possiamo rubare i princìpi di questo metodo per rivoluzionare i nostri tempi.

Ecco come applicare il “Norvegese” alla tua vita reale:

Abbassa l’intensità delle ripetute (non devi morire alla fine)

Il primo passo è l’ego. Smetti di cercare il tempo record in allenamento.
Quando fai le ripetute (ad esempio sui 1000m), non correrle al massimo delle tue possibilità. Corrile al 90-95% della tua Soglia Anaerobica.
Devi finire l’allenamento con la sensazione di poterne fare ancora un paio, non con la voglia di chiamare un’ambulanza.
In pratica, se finisci distrutto, sei andato troppo forte.

Aumenta il volume (più ripetizioni, ma più facili)

Poiché hai abbassato l’intensità, puoi permetterti di fare più strada.
Invece del classico 4x1000m “a tutta”, prova a fare 6x1000m o 8x1000m a un ritmo leggermente più lento (circa 5-10 secondi più lento del tuo ritmo gara 10k).
Passerai più tempo totale nella zona allenante, stimolando meglio i mitocondri senza accumulare quella fatica che ti lascia le gambe di legno per tre giorni.

Usa il cardiofrequenzimetro invece del lattato

Non ti serve il sangue. Usa il cuore.
La zona target del metodo norvegese corrisponde approssimativamente all’85-90% della tua Frequenza Cardiaca Massima (o appena sotto la tua soglia anaerobica).
Monitora i battiti: se verso la fine delle ripetute vedi che la frequenza schizza verso il massimale, significa che stai andando troppo forte (deriva cardiaca). Rallenta.
L’obiettivo è la stabilità, non il picco.

In definitiva, il metodo norvegese ci insegna che la disciplina non serve solo per spingere, ma anche per trattenersi. Allenarsi non significa distruggersi, significa costruire. Un mattone alla volta, senza mai far crollare il muro.

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