In un mondo di sentieri segnati e tracce GPS, il fellrunning è il modo di chi decide che la linea retta tra due vette passa esattamente dove non c’è nulla.
- Il fellrunning non è trail running: si corre fuori dai sentieri, sfidando pendenze verticali e fango.
- Nato tra le colline del Lake District, è una disciplina intrisa di storia e fatica britannica.
- La navigazione è analogica: sono obbligatorie mappa e bussola, la tecnologia qui è un accessorio superfluo.
- La Bob Graham Round è la prova suprema: 42 cime da toccare entro le 24 ore.
- L’etica è minimalista e pura: niente bastoncini, solo scarpe artigliate e polmoni d’acciaio.
- Ci insegna che la corsa non è solo performance, ma una forma di libertà selvaggia e istinto.
Dimentica i sentieri battuti. Benvenuti nel fango inglese
Se pensi alla corsa probabilmente immagini una strada asfaltato o al massimo un sentiero ben tracciato con qualche sassolino fuori posto che ci fa subito gridare al “tecnico”. Poi esiste il fellrunning. Se cerchi la definizione su un dizionario inglese, troverai riferimenti alle fells, le colline brulle e spazzate dal vento del nord dell’Inghilterra. Se invece chiedi a un runner locale mentre si pulisce il fango dalle orecchie, ti dirà che è l’arte di andare da un punto A a un punto B cercando di non rotolare troppo a lungo.
Il fellrunning è la negazione del comfort. È una disciplina che affonda le radici in un’epoca in cui non c’erano gel al gusto caramello salato, ma solo pastori che scommettevano su chi arrivasse prima in cima alla collina per recuperare una pecora smarrita. È una corsa che non chiede il permesso alla natura, ma si immerge letteralmente in essa, spesso fino alle ginocchia, in quella sostanza densa e nerastra che gli inglesi chiamano amorevolmente fango.
Cos’è il fellrunning: mappa, bussola e pendenze verticali
Per capire la differenza tra un trail runner e un fell runner, guarda i loro piedi e le loro mani. Il trail runner ha scarpe ammortizzate e probabilmente un orologio che gli dice anche quando deve respirare. Il fell runner ha scarpe che sembrano pneumatici da trattore e stringe tra le dita una mappa di carta infilata in una busta di plastica trasparente.
La regola di base è semplice: non ci sono sentieri. O meglio, se ci sono, puoi ignorarli. Le gare di fellrunning sono definite da “checkpoint” obbligatori. Come arrivi da uno all’altro è affar tuo. Questo trasforma la corsa in un esercizio di geometria applicata al dolore: devi saper leggere le curve di livello mentre il cuore batte a 180 pulsazioni e la nebbia decide che è il momento perfetto per scendere a salutare. È qui che entra in gioco la navigazione. Senza mappa e bussola non si parte; non è una scelta stilistica, è un’assicurazione sulla vita. Saper orientarsi non è un optional, è parte integrante della performance atletica tanto quanto avere quadricipiti capaci di sopportare pendenze che sfidano la gravità.

La Bob Graham Round: 42 cime in 24 ore (una leggenda)
Se il fellrunning fosse una religione, la Bob Graham Round sarebbe il suo rito di iniziazione più sacro. Tutto ebbe inizio nel 1932, quando un albergatore di nome Bob Graham decise che festeggiare i suoi 42 anni con una torta fosse troppo banale. Scelse invece di scalare 42 cime nel Lake District, coprendo circa 106 chilometri e 8.200 metri di dislivello positivo, il tutto entro 24 ore.
Per decenni è rimasto un club esclusivo per pochi eletti, un’impresa che profuma di tweed e determinazione d’altri tempi. Oggi, nonostante le scarpe siano diventate più leggere, il tempo limite rimane lo stesso. Non si vince una medaglia di plastica, si vince il rispetto di una comunità che misura il valore di una persona dalla capacità di correre sotto la pioggia orizzontale senza lamentarsi. È un’esperienza che ti svuota e ti riempie allo stesso tempo, un viaggio dove il confine tra “atleta” e “parte del paesaggio” diventa pericolosamente sottile.
Niente tecnologia, solo istinto: l’etica purista dei fell runner.
Entrare in una gara di fell running è come fare un salto indietro nel tempo, in un’epoca pre-Instagram. L’estetica è ridotta all’osso. I bastoncini da trail? Dimenticali. La tecnologia è vista con sospetto: il GPS può dirti dove sei, ma non può dirti se il terreno sotto quel ciuffo d’erba è solido o una trappola di fango profonda mezzo metro.
L’etica è quella dell’autosufficienza. Sei tu, i tuoi polmoni e la tua capacità di interpretare il terreno. Non c’è trucco, non c’è inganno, non c’è lo sponsor che ti aspetta al decimo chilometro con l’asciugamano caldo. Questa purezza crea un legame fortissimo tra i runner: lo spirito di comunità nelle fells è fatto di sguardi d’intesa e silenzi condivisi, perché quando sei su una cresta affilata con il vento che cerca di portarti in Scozia, le parole servono a poco.
Cosa possiamo imparare da loro: il coraggio di uscire dalla traccia
Cosa resta a noi, che corriamo nei parchi cittadini o sui sentieri tracciati delle Alpi, di questa follia britannica? Resta l’invito a riscoprire l’istinto. Abbiamo così paura di sbagliare strada, di sporcarci o di non avere il dato preciso sulla cadenza, che spesso ci dimentichiamo che correre è, prima di tutto, un atto di esplorazione.
Il fellrunning ci insegna che uscire dal tracciato — metaforicamente e fisicamente — non è un errore, ma un’opportunità. Ci insegna che il fango non è il nemico, ma la prova che siamo vivi e immersi nel mondo. Forse non serve andare nel Lake District per sentirsi un po’ fell runner; basta spegnere il GPS ogni tanto, guardare una collina e decidere che la strada più bella per arrivare in cima è quella che dobbiamo ancora inventare.

