Ogni tanto, quando le gambe iniziano a farsi sentire e i chilometri si accumulano, ti sarà capitato di chiederti come diavolo si faccia ad arrivare al traguardo, magari dopo ore di corsa, con le riserve energetiche ridotte all’osso e la lucidità ancora intatta.
Carlos Matute è un neuroscienziato. Uno di quelli che normalmente passano più tempo in laboratorio che su una pista d’atletica. Eppure, è stato correndo – durante uno di quei lunghi allenamenti dove il pensiero si fa liquido e l’identità si dissolve nel battito regolare delle scarpe sull’asfalto – che si è posto una domanda in apparenza semplice: come facciamo ad arrivare al traguardo ancora coscienti, quando le riserve di energia sono completamente esaurite?
Da lì, Matute ha fatto ciò che ogni scienziato curioso fa quando ha una buona domanda: ha cercato una risposta. E l’ha trovata nel posto meno ovvio di tutti: nel grasso del cervello.
Come scrive National Geographic, nel suo studio pubblicato su Nature Metabolism, Matute e il suo team hanno dimostrato che durante uno sforzo estremo – come correre una maratona – il cervello inizia a utilizzare come carburante le proprie guaine mieliniche, quella specie di rivestimento lipidico che protegge e isola i neuroni. In pratica, il cervello si autoalimenta, sacrificando temporaneamente una parte di sé per rimanere lucido.
La complessa relazione fra corsa e cervello
I titoli più sensazionalistici hanno parlato di un cervello che “si mangia da solo”. La realtà, come spesso accade, è molto più interessante. E molto meno apocalittica.
Il team ha esaminato con risonanze magnetiche le aree cerebrali di dieci runner amatoriali, prima, dopo e fino a due mesi dalla maratona. Nei giorni immediatamente successivi, i livelli di mielina risultavano ridotti in alcune aree legate al movimento, alla percezione sensoriale e all’elaborazione emotiva – cioè, guarda caso, quelle più sollecitate correndo. Ma nel giro di qualche settimana, tutto tornava alla normalità.
Questo non solo indica una straordinaria capacità di adattamento del cervello, ma lo fa in cervelli non più giovanissimi: l’età dei partecipanti andava da 45 a 73 anni. Come a dire che la neuroplasticità non ha una scadenza, ma solo nuove forme.
Come nota Matute, questa scoperta ci dice, ancora una volta, quanto il nostro cervello sia un prodigio di adattamento e cambiamento, anche in età adulta.
In altre parole, mentre tu corri fino allo sfinimento, il tuo cervello non solo si difende: si trasforma. Aumentano i livelli di dopamina, serotonina ed endocannabinoidi – quelli responsabili del famoso runner’s high. Alcuni studi hanno addirittura osservato un aumento delle dimensioni dell’ippocampo nei maratoneti, l’area legata alla memoria e all’apprendimento.
Il lato oscuro della corsa: l’overtraining
Eppure ogni evoluzione ha un prezzo. Spingere troppo oltre il corpo – e il cervello – può portare a una sindrome da sovrallenamento. Un meccanismo silenzioso, che spesso inizia con cambiamenti di umore prima ancora che con il calo della performance. Irritabilità, stanchezza, senso di smarrimento: il contrario esatto di quello che cerchi nella corsa.
In una ricerca, la professoressa della Deakin University Luana Main e i suoi colleghi hanno scoperto che la funzione cognitiva, in particolare il tempo di reazione, era compromessa quando gli atleti erano in condizioni di sovraccarico o sovrallenamento. Main sostiene che, a causa dell’alterazione della cognizione, le persone sono più propense a commettere errori e a infortunarsi.
Ma non è un motivo per fermarsi. Semmai, per imparare ad ascoltarsi meglio. Come suggerisce Main, segnali soggettivi come l’umore o la percezione dello stress sono spesso più efficaci di quelli “oggettivi” per capire se stiamo esagerando.
Insomma, il tuo cervello è molto più di un passeggero durante la corsa: è un protagonista che si adatta, cambia, si consuma e si ricostruisce. A patto che tu lo rispetti.
Matute, a chi gli chiede se ha senso continuare a correre, risponde serafico: “Sì, sempre. Basta allenarsi bene.”




