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L’ora della verità

  • 3 minute read

Dopo questo titoto, l’unico modo di chiedervi di continuare a leggere, può passare solo da qui.

Scusate ma sentivo necessariamente il bisogno di uno stacco ad effetto per aumentare la suspence.

Ecco, finito il momento cinematografico, posso riconcentrarmi.

Tranquilli, non mi hanno chiamata a testimoniare per nessun processo e non sto per confessare alcunché di molto interessante. Sto solo per raccontare una cosa che “ho dovuto” fare – anche se poi il verbo dovere non è quello giusto, anzi penso che nella vita di tutti i giorni ci starebbe usarlo in maniera più ponderata quando parliamo delle cose che ci piace fare :)

Con la mia solita scioltezza, pochi giorni fa ho ricordato al mio mitico coach Gigi che avevo quasi finito la tabella di potenziamento per il mese di gennaio, ma che guarda un po’ mi pareva strano che altra gente che come correrà maratone il mio stesso giorno, si stava già sparando delle distanze a doppia cifra, di quelle che quando le leggo nelle mie di tabelle, mi prende sempre un po’ di affanno al cuore, con conseguente giro della morte delle palle degli occhi: 25km, 30km, ecc

Così mi è venuto abbastanza spontaneo dire: “Oh Gigi, ma io quand’è che devo iniziare a fare quelle robette lì? No dico quelle corse un po’ impegnative … che mi pare che la maratona si avvicini, è il 7 Aprile!”

Sorvolo sul commento di Gigi, o meglio, sulla scossata di testa che oramai si accompagna ogni volta che con me tenta di parlare di “pianificazione” delle gare (non sono in grado, non ce la posso fare e col tempo sto pure peggiorando).

Fatto sta che l’unico modo per capire come affrontare in maniera intelligente i prossimi due mesi, evitando di

  1. Farmi male,
  2. Farmi passare la voglia di correre,
  3. Spomparmi da non averne più il giorno della maratona,
  4. Evitare di angustiare il parentado con le mie turbe agonistiche

era di capire a che livello ero, fare una prova. La prova consisteva appunto, nell’ora della verità.

Premetto: non si chiama così, eh! Non andate in giro dicendo che l’avete fatta, perchè come minimo pensano che abbiate deciso di confessare tutte le vostre peggiori nefandezze, come Chunk.

L’ho ribattezzata così io perchè le istruzioni erano semplici. “Trovati un percorso regolare, misurato, e corri 1 ora come se fossi in gara.” Beh facile a parole. Almeno così mi è parso subito. E invece.

Il giro di pista

Oltre al fatto che in città è molto difficile trovare una “pista naturale” con queste caratteristiche, non avevo considerato un fattore importantissimo: essere da sola.

Così, poche mattine fa, non sono state tanto le condizioni atmosferiche ad abbacchiarmi (pioggia, mattina presto = buio pesto, poche ore di sonno dormite la notte precedente), quanto la mancanza di gente. Di vita intorno.

Ebbene sì. Io che tanto amo correre da sola, mi sono ritrovata psicologicamente a sentire la mancanza di “qualcuno”. Sarebbe potuto essere chiunque. Forse sarebbe bastato un solo pazzoide che avesse battuto le mani, o che mi avesse urlato “Dai!” e già quell’ora sarebbe stata meno dura.

Guardare il crono scorrere, buttando via via sempre meno l’occhio con il passare del tempo; sentire il cuore che tirava pugni su tutto ciò che c’era intorno; pensare “moriròcorrendomaalmenoéstatobellofarlo” proprio così, perchè quando corri veloce non hai tempo di mettere la punteggiatura tra i pensieri, almeno non so voi, ma io non lo faccio. Ecco, in mezzo a tutti questi dettagli, quando ho finito di correre l’unica cosa che la mia testa si è premurata di ricordarmi è stata: “Ti prego signore, fa’ che non debba mai correre in una terra abbandonata dagli uomini. Mi va bene chiunque, anche quel tizio che quando inizia a parlarmi penso sempre che vorrei essere nata sorda, ma lasciami qualcuno che mi dia un segno di vita”.

A parte questo aspetto psicologico, il mettersi “a tu per tu” con se stessi, senza scuse, senza obiettivi veri, è stato davvero duro. Ho pensato che a livello fisico è stata un po’ una mérda, ma sicuramente a livello psicologico è servita più di una gara. Sono quei brevi momenti nell’arco di una giornata, che ti aiutano a svelare lati di te che non conoscevi. Sentire i propri limiti, toccarli e doversi dire da soli: “Eccoci qua, e adesso? Dai su, continua. Non è finita, daicazzo!”.
A volte penso che da un’ora di corsa, ci tiro fuori delle massime che coprono diversi mesi della mia vita. :)

Perciò adesso si riparte da qui, alle Colonne d’Ercole ci siamo arrivati e ora andiamo a vedere cosa c’è oltre.

(Photo credits: Gare D’Orsay Clock – Photo from Flickr by by failing_angel)

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