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Simon, che non riusciva a smettere di correre

  • 4 minute read

Nella vita a volte si fanno incontri che ci marchiano. Incontri positivi e negativi, incontri di cui ci rimangono immagini sfuocate e parole vivide o incontri di cui ricordiamo solo un “frame” e basta, come se fosse la scena di un film muto.

Poche settimane fa ho avuto la fortuna  di fare un incontro, di quelli forti, che ti lasciano quel segno indelebile che non riesci subito a decifrare, ma ci metti un pochino di più del previsto a elaborare, leggere e archiviare nell’area “mi tornerà utile”.

Il nome del mio incontro corrisponde al suo protagonista, Simon Wheatcroft. Fino ad allora per me poteva essere un illustre sconosciuto o anzi, visto che mi diverto sempre molto a tradurre letteralmente i nomi e cognomi stranieri, Simone Piccolo Campo di Grano.

Con un discorso di circa quindici minuti e una gentilezza disarmante nel risponderti, Simon è una di quelle persone che ha segnato una piccola tacca nella mia esperienza di running.

Vi presento Simon

Ha 31 anni e da quando ne 13 gli è stata diagnosticata la Retinite Pigmentosa, una malattia genetica degenerativa. Diciamo che più o meno fino ai 23 anni, nonostante tutto, la malattia non interferiva con la sua vita di tutti i giorni. Poi le cose sono cambiate …

La storia di Simon, che è inglese, inizia nello Yosemite. Già praticamente cieco, vuole portare la sua ragazza sulla cima di una montagna per chiederle la mano (Girls, sì, i gentleman romanticoni esistono ancora). Nonostante la sua ragazza ci veda, si perdono (neanche lui si è ancora spiegato come) e visto che il sentiero non è dei più facili, Simon ripiega sul piano B (e qui trovo conferma della mia teoria che bisogna sempre avere un piano B) e le chiede di diventare sua moglie a metà della montagna, invece che in cima. Dopo 2 settimane si sposano a Las Vegas.

Ma che c’entra tutto ciò con la corsa? Ragazzi, è una storia lunga quindi o mi seguite o ciao, apritevi Cioè e leggetevi la posta del cuore.

Simon torna in UK e rimugina sul fallimento, o meglio, sul condizionamento creato dalla sua malattia mentre era su quella montagna. E di come ciò lo frustri. Cosa può fare per uscire da quella zona di disagio, da quella sensazione di sentirsi “condizionato”? Potrebbe ad esempio uscire e … correre? Why not?

Beh, mettiamo il caso che anche uno conosca a palmo a palmo il proprio quartiere, diciamo che se sei cieco, non è comunque l’ideale correre. Però magari in un campo da calcio … E così Simon inizia a correre su e giù dalle porte del campo.

E come tutti noi runner vedenti sappiamo, fare il pesce rosso in tondo sentendo che le tue gambe vogliono raggiungere qualcosa a cui nemmeno abbiamo dato un nome, non è proprio l’ideale.

Allora Simon va in una strada, chiusa. Su e giù, su e giù. Usa l’app RunKeeper, che gli dice la distanza effettuata e inizia a sviluppare più che può il senso del tatto sotto al piede. Le righe gialle o bianche che segnano la banchina della strada sono infatti molto utili per andare diritto.

E di nuovo, la voglia di spingersi oltre ed esplorare, fa fare a Simon un salto nel vuoto: provare a correre ai lati di una strada con un piccolo percorso pedonale, seguendo sempre le amiche strisce per non perdere la direzione. Funziona. Simon parte e corre le sue prime miglia in libertà e quando si ferma, come ha raccontato, non può fare altro che una cosa: piangere sopraffatto dalla felicità.

Ma se puoi qualche miglio, perché non correre … un’ultramaratona di 100miglia?

Da poche miglia a 100 miglia (quasi)

E qui c’è la parte che è diventata la mia “tacca”. Simon si allena, aiutato anche dalla tecnologia, per cercare di correre anche in luoghi che non prevedono sempre la striscia della carreggiata o della banchina per terra. Prende così parte alla sua prima gara, la Costwold 100milerun, che tra l’altro manco è una gara tutta in piana, anzi. Simon confessa che è davvero super emozionato alla partenza, che quasi non ci crede. Ma brutalmente cambia sentimenti al  50° miglio, quando pensa di volersi ritirare. Si siede, realizza fin a dove è arrivato e dice a se stesso: “Potrei vivere il resto della mia vita con il titolo di “NON FINISHER” solo se effettivamente non avessi più la forza nemmeno di muovermi.”. Riprende a correre e all’83° miglio lo raccolgono perché non è più in grado di stare in piedi. Come racconta: “A nessuno runner piace avere nel suo palmares di record quello di “Non Finisher” di una gara. Ma io ho intrapreso un viaggio, che è iniziato con me stesso condizionato dalla mia cecità, per poi passare alla corsa in solitaria mentre esploravo la strada sotto casa mia. Il titolo di Non Finisher mi ricorda cosa è possibile fare se adatti il tuo corpo e se continui a inseguire il tuo obiettivo. Se non vedo fisicamente, posso almeno vedere i miei obiettivi e provare a raggiungerli”

Punto preso. Fallimento non significa “basta”. Non significa ritirarsi sotto le coperte e slacciare le scarpe, ma anzi allacciarle ancora più strette e ripartire.

Simon ha in programma di correre da Boston a New York nel 2015. Lo farà con l’aiuto dei suoi Google Glass ma soprattutto con l’aiuto di una grande determinazione e consapevolezza di sapere che bisogna provare prima di poter dire che non ce la puoi fare.

PS: Se volete saperne di più su Simon Wheatcroft, potete visitare il suo blog: www.andadapt.com

2 commenti
  1. Enza ha detto:
    11 Novembre 2014 alle 15:34

    io definirei Simon un “Always Winner” altro che Non Finisher

    Rispondi
  2. Francesco Scuderi ha detto:
    24 Novembre 2014 alle 21:03

    E’un Grande, un esempio di determinazione !

    Rispondi

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