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La via dell’intelligenza corporea

  • 3 minute read

Dall’amica e lettrice Paola Fantini abbiamo ricevuto (e volentieri pubblichiamo) una bella riflessione sul rapporto fra mente e corpo. Che non sono antagonisti e che anzi devono cercare l’armonia per il bene l’una dell’altro.


 

Si dice che “il maestro arriva quando l’allievo è pronto”.
Due settimane fa ho letto un capitolo dedicato all’intelligenza corporea-cinestesica ed è giunto in un momento di mia grande consapevolezza, pronta a ricevere un nuovo insegnamento.

Da un lato vedevo dentro al gruppo dei RunLovers tante persone sfidare se stesse o gareggiare fra di loro per migliorare tempi e distanze. Dall’altro, sentivo benissimo di non aver le motivazioni per fare altrettanto: ciò che spinge me non è ciò che spinge nessun altro e di questa unicità dovremmo andare tutti fieri.

Ma non ero contenta. Me ne stavo lì, un po’ nel limbo, immobilizzata da una sensazione che conosco benissimo: quella di avere delle risorse inutilizzate, saperle a portata di mano,
ma solo a patto di infrangere il vetro che le custodisce.
Quel vetro, lo so bene, è sempre un tassello che mi manca, un filo del ragionamento che non conosco, un punto di vista che ignoro.

È la sua trasparenza a renderlo difficile da identificare ed è la sua solidità (la portata della scoperta) a impedirmi di utilizzare quella parte di potenziale a cui non sto accedendo.

Lo sforzo a volte indica che la strada è sbagliata

Finché non gli ho dato un nome, finché non ne conosco i tratti per afferrarlo, non posso nemmeno applicarmi. Posso obbligarmi, è vero, e per un po’ l’ho anche fatto. Ma, come sempre in questi casi, la resa è stata minima rispetto allo sforzo impiegato per costringermi. Insomma, tante risorse spese male. Una via fatta di sprechi, è una via sbagliata e che devo abbandonare appena me ne accorgo.

L’intelligenza corporea ha come presupposto che il corpo sia uno strumento, finalizzato alla ricerca della perfezione del gesto o all’agire sul mondo, cambiandolo.
È indubbiamente una dote che ho allenato poco e male. Credo di essere vittima, come molti, di quel distinguo un po’ snob per cui ciò che si fa con il corpo è meno speciale di ciò che si fa con l’intelletto.

So benissimo che muovere il corpo equivale anche a muovere la mente. So che la sensazione di staticità nella vita può essere combattuta proprio attivando i muscoli. So che la flessibilità è fondamentale nei ragionamenti tanto quanto lo è ai fini del gesto atletico.
So che il corpo ha una memoria tutta sua ed è la ragione per cui cerchiamo alcune sensazioni e ne evitiamo altre. Ho sempre visto “corpo” e “mente” come due entità diverse che dovevano collaborare insieme per raggiungere qualsiasi tipo di traguardo, non solo sportivo. Ma questo approccio aveva il sapore della convivenza forzata, non dell’essersi scelti.

Il corpo ha un’intelligenza propria

La parola “intelligenza” aggiunta prima di “corpo” in qualche modo eleva ai miei occhi tutto ciò che faccio e farò per questa mia macchina così meravigliosa e che troppo spesso ho banalizzato solo perché ci sono cresciuta insieme. Il termine “intelligenza” assume i connotati del minimo comune denominatore per riavvicinare due elementi che percepivo come troppo distanti. L’intelligenza corporea, nella sua complessità, diventa una “terra di mezzo”, un paesaggio che andrò a esplorare prima di giungere a traguardi che possono essere comuni a tanti altri, ma arrivandoci con uno stile che sento molto mio. E chissà, magari questa mia scoperta serve anche a qualche altra persona che, come me, stava guardando dentro di sé alla ricerca di quella motivazione in più per fare uno sforzo in più.

Se potevo accettare che “ammazzare il moribondo” fosse un obiettivo che non mi interessava particolarmente, pensarlo nei termini di “sto facendo poco per migliorare la mia intelligenza corporea” assume (quasi) i connotati di un’offesa e mi smuove (certamente) un moto di ribellione.
Di questo passo, potrei anche inventarmi tutta una serie di nuovi complimenti tipo: “ammazza quanto sei corporalmente intelligente!” o nuove risposte alla fatidica domanda «perché corri?» «per allenare la mia intelligenza corporea!» e aspettare incuriosita cosa ribatte il mio interlocutore…

L’esempio di tutti i RunLovers mi ha aiutato a fare un forellino nel vetro della mia teca (e di questo li ringrazio molto). Il libro ha contribuito a fare una crepa importante. Ora tocca a me finire di romperlo.
Vado.

Paola Fantini

(Image credits Charis Tsevis)

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