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Siamo RunLovers, ci piace correre

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È stata confermata nei giorni scorsi la condanna a quattro anni di inibizione dalle competizioni per l’atleta keniano Daniel Wanjiru, vincitore della Maratona di Londra 2017, riconosciuto colpevole per differenze nel passaporto biologico ascrivibili all’utilizzo di sostanze dopanti. Ogni volta che leggo certe notizie, se chi viene condannato è un atleta professionista, magari anche di alto livello e che ha vinto delle gare importanti come Wanjiru, provo un senso misto di smarrimento e disprezzo, perché mi sento preso in giro dall’atleta che ha imbrogliato per vincere, e non riesco a non immaginare che dietro possano esserci motivi legati più agli interessi economici e alla “necessità” per un atleta di livello di vincere che non alla ricerca della gloria personale.

Gli atleti professionisti però, ed è questa la cosa che mi lascia davvero senza parole, sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che è diventato sempre più frequente anche tra gli amatori, che pur di poter esibire il prosciutto e il vino vinti alla mezzamaratonadeltrentafebbraio e farsi belli con gli amici per il centotreesimo posto (su centoquattro) alla diecichilometridellungomare sono disposti a rischiare la salute prendendo qualsiasi sostanza possa consentir loro di togliere due secondi dal tempo che farebbero normalmente.

I dati della WADA, l’organizzazione mondiale che si occupa delle norme e tiene traccia di tutti i controlli per il doping fatti dalle agenzie nazionali, nell’ultimo report indicano un andamento molto preoccupante, con l’Italia (ahinoi) che presenta la percentuale più alta di atleti positivi. C’è da dire che NADO, l’organismo che si occupa dei controlli antidoping in Italia, ha una presenza molto capillare e agisce anche a livello di sport amatoriale con molti controlli (forse però sempre troppo pochi, vista la diffusione del fenomeno tra gli amatori).

Un altro aspetto (non solo italiano, per alcune cose tutto il mondo è paese) è che molti degli atleti trovati positivi abbiano cercato di giustificare a posteriori l’utilizzo di un farmaco a fini terapeutici (e per alcuni, c’è da sottolinearlo, è stato effettivamente dimostrato sia successo), utilizzo che è a ogni modo strettamente regolamentato e deve essere segnalato in anticipo tramite la TUE (Esenzione a fini terapeutici). Se per esempio sbatti il gomito a uno spigolo con forza, si gonfia e ti fa male e vuoi metterci una pomata cortisonica, ma sei iscritto alla settemigliadivalloncello della domenica successiva e vuoi partecipare a tutti i costi, puoi andare sul sito NADO, scaricare il modello e inviarlo, in maniera tale da non rischiare una sanzione per l’uso lecito di un farmaco. Ancora meglio se ti fai aiutare nella compilazione dal tuo medico, in modo da essere certo di dosaggio e posologia (il fai da te è un nemico con ogni medicina, soprattutto in questi casi). Servono comunque solo pochi minuti. Ma pensaci bene, vale la pena correre se si stanno assumendo farmaci? È davvero così importante quella gara?

Su RunLovers, lo dice il nome stesso, ci piace correre e ci piace condividere ciò che di bello la corsa regala. Correre ha anche un aspetto competitivo ovviamente, e questo è comunque un bene, perché ci spinge a migliorarci, sia che stiamo correndo per vincere contro gli altri che per battere i noi stessi del giorno prima, ma la competitività si ferma se si scontra con la lealtà e con il farcela da soli, se ci impedisce di divertirci in pieno e sentire completamente nostro ogni piccolo o grande traguardo raggiunto.

Se vincere, o superare il nostro record precedente ha un costo più alto di quello pagato con sudore e allenamenti, vale davvero la pena? Io non penso, no.

Esistono solo cinque uniche pillole in grado di farci andare più forte, usiamo quelle. Ah sì, poi possiamo anche scaricare la tensione pre-gara in altri modi, ed è anche questo allenamento, no?

È sbagliato fare sesso prima di una gara?

 

Photo credits: Harold Hollingsworth su flickr / Yahoo!

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