Sentire il proprio corpo

Dopo aver corso ci fa male un po’ tutto. È una cosa spiacevole? È evitabile? Forse ha un senso. Eccolo.

Spesso la corsa è descritta per i suoi effetti più che per quello che è. Di storie di corsa ce ne sono infinite: parlano quello che si prova mentre lo si fa, l’affollarsi di pensieri durante la gara, le sensazioni provate, l’accelerazione del pensiero. C’è insomma una parte importante del nostro rapporto con la corsa che sembra quasi solo esclusivamente cerebrale. Sembra insomma che corriamo soprattutto per ragionare sulla corsa, o per ragionare, più in generale.

È comprensibile che sia così dato che facciamo una cosa che non ha una funzione particolare o produttiva, se si escludono quelle di farci del bene e di nutrire la nostra mente (oltre che dare un grandissimo beneficio al nostro corpo). Come abbiamo spesso scritto, in una società focalizzata sulla produttività più esasperata, chi corre fa qualcosa che sfugge alla logica imperante. Non è un caso che l’unico modo in cui la corsa è comprensibile e accettata è il suo essere un momento intimo, ovviamente per ritrovare un equilibrio per poter essere “performanti” nel meccanismo produttivo. Non fosse mai!

La gravità

Una volta chiesero all’architetto giapponese Tadao Ando perché disegnava così tante scale nei suoi progetti. Lui diede una risposta inattesa: non lo faceva perché gli piacessero o per una particolare questione funzionale ma perché voleva che chi abitava e usava i suoi edifici si ricordasse di avere una gravità. In altri termini voleva che si rendesse conto di quanto pesava e dello sforzo che il suo corpo faceva per farlo muovere.

Questa osservazione mi è tornata in mente guardando camminare una persona che avrà avuto la mia età. Non sembrava particolarmente scattante né più giovane degli anni che dimostrava. Sembrava anzi un po’ acciaccato. Il primo pensiero che ti viene vedendo chi cammina non dico con fatica ma “percependo ogni suo muscolo muoversi”, come se il farlo non fosse naturale ma richiedesse un certo sforzo, è “che fisico debilitato!”. Poi invece ho pensato che si fosse appena allenato. In fondo chi ha corso per 10-15 km non è agile come una gazzella e per qualche ora, a volte anche per il giorno successivo all’allenamento, si trascina un po’.

Quindi sono questi gli effetti della corsa? Ci fa apparire più vecchi o addirittura accelera il nostro invecchiamento?
No: ci rende invece più consapevoli del nostro corpo, ce lo fa “sentire”. In fondo siamo abituati a spostarci in macchina e a stare seduti molte ore al giorno, prendiamo l’ascensore e cerchiamo di evitare ogni sforzo fisico. Il risultato è che non abbiamo più la percezione di quanto costi in termini energetici sollevare qualcosa, spostare il nostro corpo, camminare, correre. Abbiamo perso l’abitudine a percepirci, almeno fisicamente. Siamo molto più concentrati sulla nostra mente: pensiamo moltissimo, specie quando avvertiamo un disagio, una malinconia, una fatica a far qualcosa.
La percezione del nostro corpo ci aiuta invece a ritrovare una dimensione fisica e concreta, anche per mitigare quella psicologica e mentale, per ritrovare una misura.

L’equilibrio

La morale della favola è che dedicarsi all’ascolto della nostra mente è un’attività lodevole e utile ma non può essere l’unica nostra attenzione. C’è necessità di equilibrarla con l’ascolto del nostro corpo e la corsa ha la capacità di farci accorgere di quanta fatica si fa fisicamente. La corsa è un contrasto che bilancia la forza della mente e dandole dei limiti ne mitiga il potere. Inoltre ci rende più consapevoli di come siamo fatti, di come funzioniamo e dell’attenzione che dobbiamo dedicare alla meravigliosa macchina del corpo. Quando ce ne accorgiamo infatti nella vita quotidiana? Solo quando qualcosa ci duole.

Correndo ci “procuriamo” dei dolori. Sono reversibili, durano qualche ora o meno di un giorno e ci ricordano che non siamo solo una mente. O, in altri termini, che corpo e mente sono un tutt’uno. Una cosa che sapevano benissimo anche gli antichi romani, che nonostante siano vissuti qualche millennio fa avevano comunque ragione. Perchè avevano capito che non c’era mente sana in un corpo che non lo era. O che era stato dimenticato da chi lo possedeva.

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