Corri lunghe distanze? Forse in un’altra vita sei stato un cacciatore

I cacciatori di una volta potrebbero essere considerati gli antenati di coloro che oggi corrono lunghe distanze


  • I nostri antenati svilupparono la capacità di correre lunghe distanze per cacciare prede, evolvendo un corpo adatto all’inseguimento prolungato.
  • Gli esseri umani superavano gli animali più veloci grazie alla sudorazione e alla mancanza di pelliccia, che gli permetteva di mantenere bassa la temperatura corporea.
  • Nonostante le prove storiche e biologiche, la comunità scientifica è però divisa sull’ipotesi che la caccia abbia favorito l’evoluzione della resistenza umana.

 

C’è chi corre lunghe distanze per mettersi alla prova, sfidare sé stesso, divertirsi. E poi c’è chi, nel passato, correva lunghe distanze per inseguire gli animali e quindi procurarsi il cibo. Sono stati i nostri antenati a iniziare a correre a lungo, tramandandoci questa capacità, o predisposizione che dir si voglia.

I nostri antenati venivano in un primo momento battuti da animali come i ghepardi o le antilopi, molto più veloci dell’essere umano che, tuttavia, riusciva a recuperare terreno e accorciare, fino ad annullare, il distacco sulla distanza, riuscendo così a prendere la preda. L’attività della caccia ha permesso al corpo dell’essere umano di svilupparsi ed evolversi in modo tale da facilitarlo nell’inseguimento delle prede. La comunità scientifica si divide tra i sostenitori di questa teoria e gli scettici, che sostengono non ci siano abbastanza prove a sostegno di questa tesi.

Per esempio c’è chi sostiene che nell’inseguimento la corsa fa consumare molte più energie che il semplice camminare dietro alla preda. Tuttavia, se è vero che la corsa richiede un maggior impiego di energia, è anche vero che la fatica viene ampiamente ricompensata dalla quantità di tempo risparmiato.

Come ci riusciamo 

È indubbio che alcuni animali sono nettamente più veloci dell’uomo sulla breve distanza, una velocità che tuttavia non riescono a mantenere quando la distanza si allunga. La loro conformazione non permette loro di abbassare la temperatura interna. Sono come una Ferrari sprovvista di radiatore.

Per noi esseri umani il problema non si pone perché grazie alla sudorazione riusciamo perfettamente a gestire l’aumento della temperatura durante l’attività fisica senza l’obbligo di doverci fermare. Anche l’assenza di una pelliccia che ricopre la nostra pelle è un fattore che ci aiuta a mantenere più bassa la temperatura corporea rispetto agli altri primati, dandoci un notevole vantaggio.

Dulcis in fundo secondo i biologi gli esseri umani avrebbero muscoli scheletrici costituiti per lo più di fibre resistenti alla fatica. Un altro grosso aiuto per riuscire a correre lunghe distanze.

Prove su prove

La corsa di resistenza è tutt’ora tema di ricerca da parte della comunità scientifica. Alcuni ricercatori hanno raccolto e digitalizzato prove risalenti al XV secolo provenienti da ogni parte del mondo.

Per esempio, nel 1850 i nativi americani scrivevano dei loro antenati che cacciavano gli alci, sottolineando come fossero i giovani a occuparsi di quell’attività tanto impegnativa, lamentandosi della poca forza di volontà dei giovani moderni.

In un altro testo si parla del popolo Coahuiltecan che inseguiva cervi e alci in quella che oggi è la California.

L’interesse verso lo studio e la ricerca di queste storie è andato diminuendo nel momento in cui sono state costruite le prime armi, facendo passare in secondo piano l’attività della caccia, catalogata come qualcosa appartenente al passato anche se per alcuni popoli rappresenta ancora la principale fonte di sostentamento. È il caso del popolo San in Botswana, che insegue le antilopi fino a sfinirle.

Nonostante i numerosi studi continuano a esserci delle perplessità circa la teoria dello sviluppo della resistenza umana mediante l’attività della caccia da parte di alcuni addetti ai lavori, che contestano le nuove prove e ricerche sottolineando che la tematica su cui si fonda la teoria sarebbe menzionata solo nel due per cento dei testi e delle prove analizzate dai ricercatori.

(Via phys.org)

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