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Durante le corse si può raggiungere uno stato “di grazia” dove lo sforzo scompare e si percepiscono sensazioni intense.
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Certi riti che abbiamo mentre ci alleniamo e l’ascolto della musica liberano la mente e intensificano l’esperienza.
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Correre offre libertà totale: senza vincoli di orari, luoghi o attrezzature, basta una strada, un sentiero o un prato.
Scrivo queste righe in modo diretto e spontaneo, dopo una delle mie corse settimanali, simile a mille altre eppure particolare.
Da un po’ mi capita, un po’ oltre la metà dell’usuale percorso, di entrare in zona, cioè in quello stato che altrimenti definisco (non solo io) “di grazia”. Quello in cui le gambe vanno da sole e lo sforzo scompare e finalmente puoi concentrarti solo sulla percezione delle innumerevoli sensazioni che la corsa ti regala.
Ne avevo parlato anche in termini di mindfulness, ossia dell’importanza di vivere questi istanti nel momento in cui accadono e non dopo, nel ricordo. Allora ho iniziato ad avere dei riti, perché i riti liberano la mente dal programmare o pensare: se ogni volta fai la stessa cosa, puoi pensare ad altre cose perché una parte di te e di ciò che fai procedono in automatico.
Accarezzare le foglie
Per esempio – facendo sempre lo stesso percorso – ho iniziato a notare che mi piace accarezzare le piante che incontro in un certo punto. Lo chiamo il mio “dare il 5 alle piante”, perché mi immagino che siano amici che incontro lungo il percorso e con cui scambio un saluto al volo. Nel farlo le accarezzo, anche se solo fugacemente. Quante altre volte accarezzo delle foglie durante la giornata? Mai, a pensarci. È bellissimo, dovresti provare e no, non credo di essere impazzito: secondo me fa piacere anche alle piante.
Poi ho ripreso ad ascoltare musica nella seconda metà del percorso, perché la mente ha bisogno di nutrirsi di concetti e informazioni (per quello ascolto i podcast) ma ha anche bisogno di vagare e produrre fantasie e la musica è perfetta per questo scopo: ascoltarla correndo ti permette di immaginarti altrove, magari in un film di cui stai ascoltando la colonna sonora.
Una sensazione unica, un’unica sensazione
Devo però giustificare il titolo di questo articolo – che è anche il motivo per cui magari sei arrivato sin qui. L’ho pensato sul finire della mia corsa. La serata era fresca nonostante la piena estate. Iniziava a piovigginare e il tramonto non si era fatto vedere, c’erano troppe nubi. Sono passato di fianco alla solita palestra dove si allenano a pallavolo. Le porte erano aperte per fare entrare un po’ d’aria e per beneficiare della piacevole e inaspettata brezza fresca. Allora ho pensato che stavamo facendo tutti la stessa cosa: movimento. Loro in gruppo e in una palestra, e io da solo, per strada. E ho pensato che io – come qualsiasi runner – non devo prendere appuntamenti con nessuno né avere un luogo particolare per fare ciò che amo fare, e posso decidere di farlo quando mi pare. Io decido di correre 10 minuti prima di farlo, perché ne ho voglia e non perché è martedì o giovedì. Non ho responsabilità nei confronti di nessuno, non ho preso impegni con nessuno.
I runner sono creature anarchiche: fanno ciò che vogliono, quando vogliono. Con la pioggia o col sole, con il caldo o con il freddo, da soli o in compagnia.
Basta che ci sia una strada e loro ci corrono sopra. E se è un sentiero, va bene lo stesso. Anche l’erba o la roccia: ovunque va bene.
Allora mi sono detto che non avere impegni, non avere orari, non avere vincoli di luoghi e attrezzature si chiama in un sol modo: si chiama libertà.
Con ciò non voglio dire che quelli che giocano a pallavolo non siano liberi. Dico che moltissimi altri sport sono un po’ più complicati da praticare, specie se richiedono la presenza di un gruppo. Riservano sicuramente altre emozioni e altre soddisfazioni ma la libertà totale è una cosa diversa.
Quindi pensavo di scrivere tutte le cose che rendono la corsa una cosa fighissima ma la verità è che basta una sola parola per dirlo: libertà. E scusate se è poco.