Parigi e il movimento underground: sotto la pelle della Ville Lumière

Parigi è più città in una: ce n'è anche una sotterranea, non solo fisicamente ma anche culturalmente. E correrci dentro è perfetto

Prima di iniziare la lettura di questo articolo assicurati di avere in cuffia, possibilmente in loop, questo brano.

Paname City Rappin’” esce nel 1984. Firmato, o meglio scratchato, da Dee Nasty il pezzo e l’omonimo disco segnano un punto chiave, se non l’inizio, dell’Hip Hop francese

Se già oltreoceano l’Hip Hop era un movimento in piena evoluzione, l’Europa ha dovuto attendere qualche anno in più per poterlo conoscere e viverne una propria cultura. E la Francia è stata tra i pionieri in questo: è stata capace di abbracciare a pieno i pilastri della HH – doppia acca – e portarli ad essere quasi un culto per gli appassionati del genere. Sino, oserei dire, ai massimi sistemi: basti pensare che la Breaking è stata introdotta come disciplina olimpica proprio in questa edizione 2024. Ma ora premi play e veniamo a noi.

[Lo sapevi che? I pilastri dell’Hip Hop sono: MCing, Djing, Writing, B-Boying. Il primo è l’arte di fare rime al microfono, il secondo di scratchare con i vinili in consolle, il terzo rappresenta l’arte dei graffiti e il quarto comprende la breakdance].

Immagina di correre per le strade di Parigi, o forse ti è già capitato. La bellezza dei palazzi, i monumenti iconici, il lungo Senna. Ma Parigi è un insieme di creatività inaspettato. Uno yin e uno yang che combaciano perfettamente, ma disegnati dallo spray di una bomboletta.

Equilibrio e vibrazioni. Infatti proprio dietro la sua patina scintillante e i suoi boulevards affollati, c’è un’altra Parigi che pulsa sotto la superficie: quella del movimento underground, dove la musica hip hop, i graffiti e la street art trovano lo sterrato perfetto. 

E se pensavi di fare un lungo, sappi che invece stai per iniziare una mezza maratona nella storia della Ville Lumière.

Photo: Michel E/Unsplash

Il sottosuolo parigino è attivo parecchi secoli prima dell’arrivo delle sub-culture moderne. Già in epoca romana, la città aveva un intricato sistema di catacombe e cunicoli. Un puzzle di ossa ordinate in disordinate composizioni: terreno perfetto per la nascita dell’underground, nascosto ma vibrante di vita.

Il viaggio del Hip Hop a Parigi comincia nel pieno dei synth degli 80s. Il movimento arriva dalla Grande Mela e travolge silenzioso il contesto francese. Dee Nasty, con il suo album “Paname City Rappin'”, ha segnato un punto di svolta, impregnando di beat e scratch i muri e le strade della città. 

Galeotta fu Radio Nova, dove Dee Nasty inizia a mettere dischi. Nasce una vera e propria scena. 

I primi breakdancer, come i leggendari Aktuel Force – di cui fa parte anche Pascal-Blaise Odnize che ha capitanato la staffetta della Torcia Olimpica di Parigi -, si esibiscono in quartieri come Les Halles, iniziando a collezionare un pubblico direttamente proporzionale ad altre crew con cui battersi. I block party della periferia parigina diventavano un punto d’incontro per giovani in cerca di un’identità e di un modo per esprimere loro stessi.

Il rap, con al MIC artisti pionieri come IAM e NTM, racconta il mondo visto con gli occhi di giovani alla ricerca del loro posto nel mondo, pieni di vita e anche di rabbia. La scena francese non fa sconti a nessuno: la gavetta è difficile e la competizione altissima ma da cui emergono artisti davvero di grandissimo livello.

Provare per credere. Runlovers ha raccolto alcuni dei pezzi migliori dell’HH francese in “Runlovèrs #75”: playlist che puoi ascoltare su Spotify.

Vita nei dischi ma anche sui muri. Proprio in quegli anni i graffiti hanno iniziato a fiorire sui muri di Parigi. Artisti come Blek le Rat, tra i pionieri dello stencil, e Invader, con i suoi mosaici di richiamo al noto videogioco Space Invader, hanno diffuso un nuovo linguaggio. Dirompente, scomodo, rivoluzionario. 

Un linguaggio fatto di lettering ma anche figurativo. La street art a Parigi non è solo un atto di ribellione, ma anche un dialogo con la storia e l’architettura della città. Le opere appaiono su vecchi edifici, ponti e persino sui treni, creando un’interazione dinamica tra il nuovo e il vecchio, tra la creatività contemporanea e le pietre antiche.

Quartieri come Belleville e Ménilmontant sono diventati delle vere e proprie gallerie a cielo aperto, dove gli artisti locali e internazionali lasciano il loro segno, raccontando storie di resistenza, di lotta sociale e di speranza.

Raccontare la convivenza tra la città di Parigi e la sua metropoli culturale sotterranea è esattamente come nelle scene di “Inception” in cui la Ville Lumière è protagonista. Se nel film di Nolan è il tempo a dettare le regole del gioco, nella vita reale lo sono i contrasti. Mentre ti stupisci davanti alla Torre Eiffel o al Louvre, sotto la sua epidermide trovi una Parigi controcorrente, che dimostra che la sua vera anima risiede negli angoli nascosti e nelle sue voci ribelli.

E se vuoi fare piena esperienza, giunto e giunta ormai al traguardo di questi 21 km, di una Parigi “sotterranea” e “sotterrata” a livello culturale e sociale, non puoi non guardare “L’Odio” (La Haine) di Mathieu Kassovitz. Interpretato da Vincent Cassel, il film segue la vita di tre amici – Vinz, Saïd e Hubert – nelle ore successive a una rivolta nella loro banlieue. Girato in bianco e nero, “L’Odio” offre uno sguardo senza filtri sulla realtà della vita nelle periferie parigine, mettendo in luce la tensione tra giovani e autorità. Le scene del film, molte delle quali ambientate nei sobborghi e nei sotterranei della città, riflettono perfettamente il senso di isolamento e di ribellione che caratterizza il movimento underground.

Photo: Mathias Reding/Unsplash

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