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I pensieri di una 31enne che corre

  • 5 minute read

Nel sottotitolo di ciò che stai per leggere c’è già un errore, o comunque una credenza sbagliata. E te lo dice la stessa persona che sta scrivendo e che lo fa consapevolmente per un motivo ben preciso: contesto e personale esperienza.

Camilla, 31enne pavese e fresca Runlovers. Tra le cose che non mi piacciono ci sono le troppe etichette, tipo “giovane-donna-31 anni”; tra le cose che mi piacciono c’è anche la corsa. Diciamo che siamo in quella fase tra la fine della frequentazione e l’inizio della relazione. Quando si vuole provare a giocare anche con i reciproci difetti vedendo che cosa succede. Quando la ricrescita dei peli sulle gambe non ti manda più in sbattimento e indossi fiera (ma appena puoi ti accarezzi il polpaccio, perché lo so) gli shorts.

La cosa buffa è che, tra l’altro,  proprio grazie (o per colpa) della corsa una relazione con cui sto facendo i conti e con cui sto cercando di evolvere è proprio quella con me stessa. C’è della poligamia in tutto questo triangolo tra me, me stessa e la corsa ma rido molto. 

Ho iniziato a correre consapevolmente da gennaio. L’idea mi balenava in testa già da tempo ma con la tipologia di allenamento che facevo in palestra e il restante tempo a disposizione si riduceva a uscite brevi, senza “controllo”. Uscivo solo con l’idea di “esco a fare una corsa”. E andava benissimo così.

Sono sempre stata una persona votata al cambiamento o, per lo meno, curiosa ed esploratrice. Aggettivi e approcci che annovero nella mia short-list di pregi ma che in qualche modo si esprimono benissimo anche come difetti, o forse calzano molto bene anche alle mie vulnerabilità. 

Se sei una persona sensibile ma con grande paura e inesperienza nel “radicarsi”, il cambiamento è un po’ come l’oceano. Devi imparare a surfare e tornare in acqua nonostante cadute e lavatrici nei cavalloni. 

Così, si rivedono i paradigmi. Cambio l’abbonamento dell’app che ho sempre usato per “uscire a correre” in uno plus e inizia il gioco.

Sin dai primi tempi la testa non mi ha mai tradita, o almeno non subito. Sono partita da una situazione di fisico allenato all’attività motoria, perciò le prime difficoltà tecniche le ho percepite nel fiato, poi con l’aumentare dei metri e dei chilometri, inevitabilmente nelle gambe.

Ogni sport, attività motoria o disciplina ha la sua respirazione. Così la corsa. Questa lezione l’ho imparata praticando yoga ed è stata una chiave di volta sotto molti aspetti. Tra tutti, rallentare – e anche fermarsi – per andare più lontano. E, se vuoi, più veloce. “There is no rhythm without pose”. Questa è una frase che mi è rimasta stampata in testa almeno 4 anni fa, se non di più. “Non c’è ritmo senza posa”.

In realtà è un concetto che ho fatto mio nei tanti anni di danza. Una coreografia, di fatto, è un insieme fluido di pose statiche e dinamiche. Un discorso è un alternarsi di parole e pause, la punteggiatura. Così un film, una fotografia. 

Correre, un passo alla volta, imparando un’andatura e sperimentando ritmo dopo ritmo. Ovviamente è molto più facile da raccontare che da mettere in pratica, soprattutto su se stessi.

Spesso la corsa si approccia da soli. Oserei dire quasi sempre, soprattutto dai 30 anni (forse anche 20/25) a salire. E non c’è nulla di male, ma è un dato di fatto. Sono quasi certa che altre migliaia (se non miliardi) di persone nel mondo inizino a correre esattamente nello stesso modo in cui ho fatto io.

Sotto tanti aspetti mi reputo un lupo solitario. Mi piace scoprire le varie sfumature del fare le cose da soli e della solitudine. Il ché non significa voler stare lontano dalle persone. Significa capire come convivere consapevolmente con se stessi. E la corsa è una bella sfida da questo punto di vista.

Qui

Ora ho superato la soglia dei 10km, e ho iniziato il programma per i 21. Ma in questi mesi non ho avuto nessuno a correggere la postura, a contare il chilometro mancato o a dire “per oggi fermati, non succede niente”. Oltre ad allenare il corpo, correre per me è un esercizio di forza di volontà, di percezione del sé, di liberazione. Ma anche di perdono e di gratitudine.

Ultimo ma non per importanza, anche di paura. Da buono sport popolare quale è la corsa ti porta a sperimentare tutte quelle sensazioni che ritrovi nella quotidianità, nel rapporto con te stesso e con le altre persone. Come, ad esempio, chiedersi se si è nel posto giusto.

Qui

Circa un mese fa mi sono iscritta alla 15km di Roma il prossimo novembre e ad ottobre ci sarà la 10km della CorriPavia, a cui però non ho ancora preso un pettorale. 

Ho ripreso a correre qualche giorno fa dopo circa 3 settimane di stop. Una cervicale molto infiammata e diversi pensieri un po’ difficili da digerire. Tra cui una sorta di blocco dello scrittore nella corsa.

È come se mi fossi incagliata tra i 10 e i 12Km. Andare veloce devo dire che non è tra le mie priorità, ma essere bloccata sul percorso ha messo a dura prova la mia testa. Con non poca frustrazione. 

Lascio a chiunque leggerà questi miei pensieri la piena libertà di dire la propria e/o di darmi consigli. E, anche se poco giornalistico scriverlo, mi piacerebbe conoscere e leggere se ci sono esperienze simili o suggerimenti “tecnici”.

Al momento, quello che ho fatto io è stato ricominciare da capo. “La distruzione è la via per la trasformazione”. 

“Mangia, Prega, Ama” non è tra i generi di pellicole per cui impazzisco ma, è uno dei miei film preferiti in assoluto. E quella frase è diventata quasi come un mantra per me. 

Nel film è parte di una lettera/mail scritta da Liz (Julia Roberts) a David (James Franco). Parole melense? No, forse un po’ il contesto ma quelle frasi sono spiazzanti come la sensazione del tagliarsi accidentalmente con il foglio di carta, o sbattere il mignolo contro lo spigolo del comodino. 

Non so se “formalmente” ricominciare una tabella di allenamento sia giusto o sbagliato. Ma rimanere ancorati a qualcosa, che in questo caso è il mio “blocco del km”, rimuginare e magari rinunciare ad uscire a correre per paura di fallire non è tra le cose che voglio che mi lasci la corsa. 

Non diventerò una maratoneta, ma forse quello che mi importa davvero è imparare ad essere umana. E volermi bene così. Ma la strada è ancora lunga quindi non faccio promesse da scout che non mi arrabbierò più. 

Curiosa delle riflessioni che nasceranno, se nasceranno, riporto parte della versione integrale della lettera/mail di Liz a David:

«[…] Tutti vogliamo che le cose restino uguali, David, accettiamo di vivere nell’infelicità perché abbiamo paura dei cambiamenti, delle cose che vanno in frantumi, ma io ho guardato questo posto, il caos che ha sopportato, il modo in cui è stato adoperato, bruciato, saccheggiato, tornando poi ad essere sé stesso, e mi sono sentita rassicurata.

Forse la mia vita non è stata così caotica, è il mondo che lo è, e la sola vera trappola è restare attaccati a ogni cosa. Le rovine sono un dono. La distruzione è la via per la trasformazione.

Anche in questa città eterna l’Augusteo mi ha dimostrato che dobbiamo essere sempre preparati ad ondate infinite di trasformazioni […]». 

Pause, ritmo, parole: ecco tre dischi che suggerisco dopo aver riletto questo pezzo.

  1. “Be” – Common
  2. “The Sufferer & The Witness” – Rise Against
  3. “Coming Home” – Leon Bridges

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