Ci sono cose che invecchiano benissimo, come il vinile, come certe magliette sformate, e come le adidas Samba. Se pensi che sia solo nostalgia, forse non hai scrollato abbastanza su TikTok o osservato bene i piedi dei ventenni (e anche dei designer quarantenni con più stile che sonno). Le Samba sono ovunque. E no, non stanno tornando: non se ne sono mai andate, ma oggi sembrano più vive che mai. Come certi dischi dei Joy Division o il trench di Rick Deckard in Blade Runner. Ricompaiono tutti, inesorabilmente.
Nascita indoor, anima globale
Per capire la samba (quella minuscola, con la “s” che conta), bisogna tornare agli anni ’50. adidas lancia questo modello come scarpa da calcio indoor: suola piatta in gomma per i parquet delle palestre europee, tomaia in pelle per avere controllo sul pallone e una silhouette affilata ma funzionale. Era tecnica, essenziale, tedesca nel miglior senso del termine.
Nessuno, negli anni ’60 o ’70, avrebbe pensato che sarebbe finita ai piedi di skateboarder, stilisti, modelle o attori con la stessa naturalezza con cui calcava campi da calcetto. Ma già negli anni ’80 cominciava a cambiare qualcosa: dai Casual inglesi agli skater americani, le Samba smettevano di appartenere solo al calcio. L’inizio di una lunga storia di contaminazioni.
Rinascita e TikTok (ma non solo)
Fast forward al 2025 e le Samba sono di nuovo ovunque. L’algoritmo di TikTok le ama. Ma non sono tornate perché gliel’ha detto TikTok: sono tornate perché le nuove generazioni (Gen Z su tutte) hanno riscoperto il fascino di oggetti autentici. E se un oggetto è rimasto pressoché invariato per settant’anni ed è ancora figo, un motivo ci sarà.
Poi ci sono gli influencer e i designer. Da Bella Hadid a Frank Ocean, da Pharrell Williams a Grace Wales Bonner (che ha firmato una delle collaborazioni più amate), le Samba sono diventate un linguaggio visivo condiviso. Se prima segnalavano appartenenza sportiva, oggi segnalano sensibilità estetica. E in un’epoca in cui tutto comunica, i piedi parlano forte.
Piacciono perché sono vere
Ci sono sneaker che sembrano uscite da un laboratorio spaziale. Le Samba no. Sono basse, minimali, con la punta in suede e la linguetta lunga che si piega un po’ storta. Sono oneste. E, come spesso accade, la verità piace.
La forma è perfetta sotto a un pantalone ampio, ma sta bene anche con uno skinny (ammesso che tu abbia ancora il coraggio di indossarlo). Il look è pulito, ma con carattere. Il comfort? Quello non è mai cambiato. E poi la versatilità: si infilano in ogni outfit come certe linee di basso nei pezzi dei Massive Attack—non sono invadenti, ma ci stanno da dio.
Dai marciapiedi alle passerelle
Non è raro oggi vederle sfilare — letteralmente — nelle settimane della moda. Ma anche nei lookbook di brand emergenti, nei servizi editoriali delle riviste o, più semplicemente, nei cortili delle università. Le Samba hanno la rara capacità di vivere in contesti diversi senza perdere coerenza.
Sono streetwear senza essere urlate, sono retrò senza essere nostalgiche, sono tecniche senza sembrare complicate. E quando un oggetto riesce a muoversi così fluidamente tra mondi diversi, smette di essere solo “un paio di scarpe”. Diventa un’idea.
Sport e moda: una lunga storia d’amore (con qualche crisi)
La storia delle Samba dice molto sul rapporto tra sport e moda. Un tempo separati da barriere invisibili (e spesso snob), oggi i due mondi si abbracciano continuamente. Lo sport è diventato lifestyle, la moda ha scoperto il valore dell’autenticità. Le performance si fondono con lo stile, e viceversa. La tuta è sdoganata, le scarpe da calcio diventano oggetto di culto.
In fondo, le adidas Samba non sono solo una scarpa. Sono una dimostrazione vivente che ciò che nasce per una funzione può sopravvivere (e reinventarsi) grazie all’estetica. Che le cose ben fatte durano. E che, qualche volta, basta guardare indietro per vedere chiaramente il futuro.


