Il pensiero che intralcia il corpo

Correre (bene) è anche questione di saper lasciare andare il controllo.

Sono rientrata in Italia dopo quasi due anni. Tra i primi incontri casuali, il mio vecchio “guru della discesa”, quello che quando correvamo in mountain bike sembrava danzare sulle pietraie.

Mi racconta di come, dopo un paio di cadute, la paura abbia preso il posto della fiducia. Si sente rigido, impacciato, instabile.

Mi ha colpito perché so esattamente di cosa parla e perché giusto la scorsa settimana avevo trattato questo argomento nella mia newsletter su Substack, parlando del mio rapporto con la discesa.

Il pensiero che intralcia il corpo

Quando mi butto in discesa, tra le pietre, il mio cervello si accende e spesso il corpo si blocca. Penso troppo: dove metto il piede? E se scivolo? Occhio alla caviglia, piega le ginocchia, guarda avanti…

Tutta quella vigilanza mi fa perdere fluidità. Mi irrigidisce. Il pensiero rallenta il gesto.
C’è una fase in cui pensare aiuta, ma arriva un momento in cui pensare ostacola.

Cosa succede davvero?

Quando impariamo qualcosa di nuovo – un movimento tecnico, una postura più efficiente, il modo di affrontare un terreno sconnesso – abbiamo bisogno di attenzione consapevole.
Il cervello elabora ogni dettaglio: dove appoggiare il piede, come muovere le braccia, come bilanciare il peso. Questo processo è guidato dalla corteccia prefrontale, l’area deputata al controllo cosciente e analitico.

Ma man mano che il gesto si consolida, il controllo passa ad aree più profonde, quella che viene definita la parte “bottom-up” del cervello (come gangli della base e cervelletto). È il passaggio dalla competenza conscia alla competenza inconscia: un processo automatico, che rende l’esecuzione più fluida, veloce e istintiva, che ci serve per vivere in modo più pratico.

È il passaggio dalla competenza conscia alla competenza inconscia: un processo automatico che rende il movimento più fluido, veloce, istintivo. Un passaggio necessario per vivere e muoversi con efficienza.

Il problema nasce quando la mente, per insicurezza, paura o dopo un infortunio, cerca di riprendere il controllo e torna a supervisionare ogni gesto.
Succede qualcosa di paradossale: il tuo corpo sa cosa fare, ma tu non ti fidi più.

Quando il pensiero consapevole cerca di gestire ciò che il corpo già padroneggia, ti irrigidisci, perdi il ritmo, ti blocchi.

Paralisi da analisi

Questo fenomeno è noto come paralisi da analisi (paralysis by analysis) e si tratta di un eccesso di attenzione cosciente che blocca l’esecuzione fluida, soprattutto in situazioni in cui serve prontezza, adattamento, reazione automatica.

Succede in tutti gli sport: il tennista che sbaglia una volée facile, il calciatore che tira fuori un rigore, il prodigio della discesa che sbaglia ad usare i freni.

La mente interviene dove non serve più e il gesto si inceppa.

Lasciare andare il controllo

Non si tratta di smettere di pensare, ma di sapere quando è il momento di lasciar fare al corpo.

Come quando impariamo a guidare: all’inizio calibriamo ogni gesto con attenzione – girare la chiave, premere l’acceleratore, lasciare la frizione – poi tutto si automatizza e ci ritroviamo in movimento senza aver pensato consapevolmente a nessuna delle azioni che ci hanno messo in moto.

Nel tempo ho capito che non si tratta solo di tecnica. Si tratta di fiducia.

Fiducia nel fatto che, se ho allenato abbastanza quel gesto, il corpo sa.
È come dire alla mente: “Puoi stare tranquilla. Lascia che siano le gambe a guidare”.

Non è facile. Ci vuole pratica e ascolto.

Come si allena la fiducia nel corpo?

La fiducia non si allena solo con la tecnica, si allena con l’esperienza incarnata.
Serve mettersi in condizioni in cui il corpo può agire senza essere interrotto dal pensiero.

Ti propongo un esercizio semplice, che puoi fare anche se non sei un trail runner.

Correre con il corpo, non con la testa

  • Fai una corsa da solo, senza cuffie.
  • Scegli un percorso che conosci bene.
  • Non cercare la performance: ascolta il respiro, i battiti, il ritmo dei passi.
  • Chiediti: “Posso fidarmi del mio corpo, adesso?”

Non forzare una risposta. Osserva semplicemente cosa emerge quando smetti di dirigere.

  • Aumenta leggermente il ritmo, senza forzare.
  • Ogni volta che ti accorgi di pensare troppo – come appoggiare il piede, quanto manca, quanto stai andando piano/forte – torna al corpo: “Come si sentono le gambe?”, “Sto respirando con fluidità?”

L’obiettivo non è correggere. L’obiettivo è ascoltare.

  • Quando ti ritrovi a pensare al gesto che stai compiendo, prendine nota, lascialo andare, e torna sul tuo respiro. Sul battito. Sul suono dei passi.
  • Rallenta, fino alla camminata.
  • Respira con attenzione per due minuti, senza modificare il respiro e chiediti: 

“Cosa ho sentito, senza pensare?”

Pensare serve, ma non sempre.

Il pensiero è uno strumento fondamentale. Ci aiuta ad analizzare, imparare, migliorare, ma c’è un momento in cui deve fare un passo indietro ed è lì che nasce la fluidità, la confidenza, il piacere vero del gesto.

Per questo, il vero allenamento mentale non è solo concentrarsi di più, ma imparare quando è il momento di lasciar andare il controllo.

Io sto imparando, un pezzetto alla volta: in una curva morbida, in un tratto di pietre mosse non troppo ripido, ho provato a lasciare che le gambe andassero da sole.
Meno controllo e più ascolto. Meno giudizio e più fiducia. Piano piano, qualcosa è cambiato.

Il corpo ha bisogno di fiducia, non di supervisione continua.
Ascoltalo, impara a leggere i suoi segnali e poi lascialo fare.

Laura Burzi

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