Se ci siamo lasciati con una domanda – come diavolo fanno i nostri atleti a vincere, in un paese con un’attenzione mediatica distratta e palestre e piste di atletica che, molto spesso, cadono a pezzi? – la risposta è tanto sorprendente quanto profondamente italiana ed è nascosta in due luoghi che, a prima vista, con lo sport sembrano non c’entrare nulla: la famiglia e la caserma.
Il successo dello sport italiano non poggia su un sistema, ma su un’alleanza. Un patto non scritto tra due pilastri che sorreggono l’intero edificio sociale: la famiglia, nel suo ruolo di principale sostenitore – economico, materiale e logistico – degli atleti, e lo Stato, nella sua veste più inaspettata, ossia quella dell’apparato militare. Questo modello ibrido non è pensato per creare un movimento di massa, ma si rivela una macchina incredibilmente efficace per forgiare campioni. Campioni che non imparano solo a vincere, ma prima di tutto a resistere. La resistenza, come vedremo, è una delle chiavi di volta del modello e del suo successo.
I pilastri del modello italiano
Prima che un atleta diventi un nome sui giornali, è un costo sul bilancio familiare. E prima ancora, è un sogno nel cuore dei genitori. In Italia, nella lunga e difficile fase che va dai primi passi in una palestra fino alle soglie dell’agonismo d’élite, il vero sponsor non ha un logo, ma il volto di una madre o di un padre.
È un sostegno che si misura in chilometri macinati in auto per accompagnare i figli agli allenamenti, in ferie sacrificate per le trasferte, in soldi spesi per attrezzature, iscrizioni e allenatori. Ma se lo chiedi a loro, a quei genitori, ti diranno che non sono “sacrifici”. È una parola che non amano, perché ha un sapore amaro, negativo. Ti diranno che sono “scelte fatte per amore”, per passione. È una sfumatura fondamentale, perché rivela una spinta che viene dal basso, una dedizione che permette ai talenti di superare gli ostacoli di un sistema che spesso li ignora. Le immagini della mamma di Marcell Jacobs che esulta per il figlio o le parole della madre di Gianmarco Tamberi che difende i suoi sforzi sono la testimonianza di questo ruolo insostituibile.
Questo modello, però, ha un rovescio della medaglia. La stessa passione che alimenta il sogno può trasformarsi in una pressione enorme. I genitori possono diventare troppo coinvolti, e proiettare sui figli le proprie ambizioni.
Lo Stato-atleta: la sicurezza della divisa
Quando un atleta, dopo essere stato sostenuto dalla famiglia, è riuscito a sopravvivere alla dura selezione iniziale e ha dimostrato di avere un talento significativo, interviene il secondo pilastro: lo Stato, attraverso i Gruppi Sportivi Militari. Corpi come le Fiamme Gialle, le Fiamme Oro, i Carabinieri, l’esercito, la marina e l’aeronautica sono il vero “segreto” del successo olimpico italiano.
Quando un atleta di livello nazionale viene arruolato, la sua vita cambia. Riceve uno stipendio, l’accesso a strutture e supporto medico di prim’ordine e, soprattutto, la sicurezza di un futuro lavorativo una volta finita la carriera sportiva. Si tratta di una stabilità economica che è un miraggio per chi pratica sport minori o secondari (come purtroppo, ricordavamo, sono spesso definiti) in altri Paesi. È la tranquillità che permette di dedicarsi al 100% all’allenamento e alla preparazione, senza l’ansia di dover trovare un secondo lavoro per vivere. Non è un caso se circa il 70% della delegazione italiana alle Olimpiadi di Parigi 2024 era composta da atleti in divisa e nella totalità del panorama italiano, circa 1.200 atleti professionisti lo sono all’interno di corpi dello Stato.
Questo sistema, per quanto efficace, non è perfetto. L’arruolamento può diventare l’unica via possibile per continuare a fare sport ad alto livello, e crea una competizione spietata per i pochi posti a disposizione. E la “militarizzazione precoce” di talenti molto giovani a volte può imporre ritmi che rischiano di bruciare un potenziale campione. Ma resta il fatto che, senza questo pilastro, il medagliere italiano sarebbe molto, molto più leggero.
La fucina dei campioni
Questo modello, basato sulla sinergia tra famiglia e Stato, non crea semplicemente atleti. Forgia combattenti dotati di una resilienza fuori dal comune. Le loro storie sono la prova di come il sistema trasformi le difficoltà in punti di forza.
- Federica Pellegrini: La sua carriera è un trattato su come gestire la pressione. Un talento immenso chiuso in un corpo che somatizzava l’ansia fino a farle venire la febbre prima delle finali. I suoi continui cambi di allenatore, spesso criticati, erano la ricerca disperata di un equilibrio per domare la sua fragilità. La sua capacità di vincere ori mondiali e olimpici in quelle condizioni dimostra una forza mentale costruita per resistere alle aspettative di un’intera nazione.
- Gianmarco Tamberi: La sua storia è l’emblema della resilienza. L’infortunio che gli impedì di partecipare alle Olimpiadi di Rio nel 2016 da favorito avrebbe spezzato chiunque. Il suo ritorno e l’oro di Tokyo sono il frutto di un percorso che lui stesso ha descritto con parole brutali: “Ho torturato il mio corpo con diete ed allenamenti estenuanti, ho maltrattato la mia mente pretendendo da lei sempre qualcosa in più”. Il suo rapporto quasi simbiotico con il padre-allenatore incarna il doppio ruolo della famiglia: supporto e pressione. Tamberi è il prodotto di una volontà di ferro, temprata nel fuoco della delusione.
- Bebe Vio: Il suo caso è il più radicale. Colpita da una meningite a 11 anni che le ha portato via braccia e gambe, si è trovata di fronte a un muro. La scherma, il suo sport, non prevedeva un modo per gareggiare in quelle condizioni. I medici e i tecnici le dissero che era impossibile. È qui che il modello italiano ha mostrato la sua forza più selvaggia. Suo padre Ruggero non si è arreso e, insieme a un centro ortopedico, ha letteralmente inventato una protesi per farle impugnare il fioretto. Hanno creato una soluzione dove il sistema non ne aveva. Bebe non si è adattata a un percorso, ne ha costruito uno nuovo, spinta dalla sua determinazione e dal sostegno di una famiglia che ha rifiutato la parola “impossibile”.
Coltivare il talento, non affidarsi al miracolo
L’Italia sportiva, a guardarla bene, è come un runner che ha imparato a correre una maratona durissima su un sentiero pieno di sassi, con le scarpe consumate. Ha imparato che la fatica non è un’opzione, ma una compagna di viaggio. Ha imparato a trovare la forza dentro di sé, nella sua famiglia, perché sa di non poter contare su una strada spianata. E quando uno di questi maratoneti taglia il traguardo per primo, ci fermiamo tutti ad applaudire, dimenticando per un attimo le buche che ha dovuto schivare e che il sistema istituzionale, molte volte, non è stato in grado di creare un clima favorente allo sviluppo di certi talenti.
La domanda che questo “momento straordinario” ci lascia è questa: ci basta essere una nazione che celebra i sopravvissuti di un sistema così spietatamente selettivo? O vogliamo usare l’energia di queste vittorie per iniziare finalmente a riparare la strada, perché più persone possano correre, e correre meglio?
La sfida non è solo continuare a vincere. È trasformare l’eccezione in una normalità accessibile. È passare da un modello che estrae pochi diamanti grezzi a uno che coltiva un intero campo di talenti. Un futuro costruito sulla cura, non solo sulla resilienza. Un futuro in cui ogni passo, anche il più lento, sia un modo per restare dentro lo sport. E dentro la vita.




