Minimalismo e performance: come “togliere il superfluo” (nella vita e nell’attrezzatura) ti rende più forte

Quante scarpe ti servono davvero? E quanti dati? Togliere il superfluo non significa accontentarsi, ma eliminare il rumore mentale. Meno, ma meglio, per tornare a sentire il tuo corpo

Forse il segreto per la performance non è aggiungere gadget e allenamenti, ma togliere tutto il rumore inutile che ci siamo creati attorno.

  • Abbiamo riempito le nostre cantine di attrezzatura, trasformando l’accumulo in un surrogato della motivazione.
  • Il rumore mentale generato da troppi gadget, dati e allenamenti superflui sta sabotando la nostra performance.
  • L’approccio minimalista applicato allo sport non significa accontentarsi, ma focalizzarsi solo su ciò che è essenziale.
  • A livello di attrezzatura, bastano poche cose ma buone (forse solo due paia di scarpe).
  • Negli allenamenti, il minimalismo significa eliminare i “chilometri spazzatura” (junk miles) e concentrarsi sui 2-3 allenamenti chiave.
  • Il minimalismo dei dati: il 90% delle metriche (come l’oscillazione verticale) è inutile. Basta concentrarsi su solo 3 metriche fondamentali.

La tua cantina è piena di attrezzi, ma la tua testa è vuota di motivazione?

Hai un cassetto, o forse una borsa intera, o – se sei messo male – una di quelle rastrelliere da negozio, pieno di scarpe da corsa. Hai quelle per le gare sotto i 10k, quelle ammortizzate per i lunghi lenti (ma non troppo), la scarpa da trail “per quando piove”, quella da trail “per la roccia asciutta”, quella col carbonio “per il record personale” (che insegui dal 2018).

La tua collezione di orologi GPS farebbe impallidire un museo della tecnologia: c’è quello che misura il VO2max, quello che misura la potenza, e l’ultimo modello che misura la “prontezza del sole a sorgere” o qualche altra diavoleria di cui non sospettavi di aver bisogno. La tua cantina è un sacrario dedicato alla performance.

Poi, la domenica mattina, suona la sveglia per il lungo. Apri quel cassetto, guardi quella tonnellata di attrezzatura e l’unica cosa che ti viene da pensare è: “Quasi quasi mi rimetto a letto”.

Abbiamo confuso l’azione con il suo surrogato: l’accumulo. Abbiamo scambiato il “fare” con l'”avere”. E in questo processo, ci siamo riempiti le case di roba e svuotati la testa di motivazione.

Il paradosso dell’abbondanza: come “troppo” (gadget, dati, allenamenti) sta sabotando la tua performance

Il problema non è la tecnologia. Il problema è l’illusione che la tecnologia sia la performance. Viviamo nell’epoca del “di più”: più dati, più scarpe, più app, più chilometri. Il risultato? Siamo affogati nel rumore.

Passi più tempo a cercare di sincronizzare il GPS che a fare stretching. Trascorri venti minuti ad analizzare la tua “oscillazione verticale” e il “tempo di contatto al suolo” dopo una corsa in cui, semplicemente, ti sentivi stanco. Ti preoccupi perché l’orologio dice che il tuo sonno REM è stato scarso, e quindi parti per l’allenamento già convinto che andrà male (e infatti, andrà male).

Ti hanno fatto credere che per correre serva un pannello di controllo da Boeing 747, quando in realtà – per la maggior parte di noi – basterebbero un paio di scarpe e la voglia di sudare.

Questo eccesso di stimoli, questo costante bisogno di misurare, analizzare e ottimizzare ogni singolo passo, non sta migliorando la tua performance, sta creando un rumore di fondo assordante che ti distrae dall’unica cosa che conta davvero: la sensazione. Ti sta portando al burnout, perché ti fa sentire costantemente inadeguato o “non ottimizzato”.

L’approccio minimalista all’allenamento: meno, ma meglio

E se la soluzione fosse togliere? Non “togliere tutto” – non siamo qui per suggerire la corsa scalza sulla neve a gennaio – ma “togliere il superfluo”.

È un concetto che va molto di moda, il “minimalismo”, ma che raramente applichiamo al nostro essere atleti. Significa applicare un filtro e chiederci: “Questa cosa mi serve davvero per andare più forte, o è solo una distrazione?”.

È un processo di sottrazione volontaria per massimizzare la concentrazione e l’energia. Meno, ma meglio.

L’attrezzatura: scegliere poche cose che servono davvero

Quante scarpe ti servono? Te lo diciamo noi: due.
È una provocazione, ma neanche troppo. Ti serve una scarpa “da battaglia”, comoda, affidabile, con cui fare la maggior parte dei tuoi chilometri. E ti serve una scarpa “veloce”, più leggera, reattiva, da usare per i lavori di qualità e per le gare. Fine.

Tutto il resto (a meno che tu non sia un ultra-trailer che corre nel deserto e poi sull’Artico) è sovrastruttura. È marketing che si traveste da biomeccanica. Scegliere due paia di scarpe eccellenti, invece di dieci paia mediocri, ti costringe a usarle, a capirle e a sfruttarle. E ti libera la testa (e l’armadio).

L’allenamento: pochi allenamenti chiave, fatti bene

Apri la tua tabella di allenamento. È un delirio di “corsa lenta rigenerante” (che puntualmente fai troppo forte), “progressivi”, “medi variati”, “collinari” e “lunghi”. Risultato: sei sempre stanco, non recuperi mai e non hai mai l’energia per fare bene l’allenamento che conta davvero.

Il minimalismo nell’allenamento significa identificare i pilastri. Cosa ti fa migliorare? Un allenamento di intensità (qualità) a settimana. Un lungo ben strutturato. E il resto, corsa facile (davvero facile, quella in cui riesci a parlare senza fiatone).

Sono i “big rocks”. Tutto il resto, spesso, sono junk miles: chilometri spazzatura. Chilometri che accumulano solo fatica e nessun adattamento, fatti solo per “segnare” sulla app. Meglio fare tre allenamenti mirati, concentrati e con la testa giusta, che sette sessioni fatte a caso, stanchi e distratti.

I dati: solo le 3 metriche che contano (e ignorare il resto)

Qui tocchiamo un nervo scoperto. Il GPS. L’ossessione del VO2max. Oscillazione verticale? Tempo di contatto al suolo? Frequenza di passo? Potenza di corsa? Dati affascinanti, per carità. Ma con cui non puoi farci assolutamente nulla. Sono metriche che nel 99% dei casi non puoi influenzare se non correndo di più e meglio.

Le uniche metriche che contano davvero sono tre:

  1. Quanto (il volume: quanti chilometri o quanto tempo)
  2. Come (l’intensità: il passo o la frequenza cardiaca)
  3. Come ti senti (la percezione della fatica, la RPE)

Tutto il resto è rumore bianco che ti fa sentire inadeguato perché “la tua oscillazione è peggiorata dello 0,5%”. Ma chi se ne frega.

Togliere il superfluo per trovare l’essenziale: la performance

Ridurre non significa accontentarsi o diventare pigri. È l’esatto contrario. Significa eliminare le scuse.

Quando non puoi dare la colpa alle scarpe sbagliate, ai dati sballati del GPS o alla tabella troppo piena, ti resta solo una cosa: tu.

Il minimalismo ti costringe a essere presente. Ti obbliga ad ascoltare il tuo corpo, a capire quando spingere e quando rallentare, basandoti sulle tue sensazioni e non su un alert dell’orologio.

Togliere il superfluo dall’attrezzatura, dai dati e dagli allenamenti libera la risorsa più preziosa che hai: l’energia mentale. Quella che ti serve per fare l’ultimo chilometro, per non mollare in salita, per goderti davvero quello che stai facendo.

Alla fine, l’essenziale non è il nuovo orologio o la decima scarpa. L’essenziale è la corsa.

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