Se pensi che correre sia solo sudore e fatica, forse è perché non hai mai provato a farlo con un libro in testa e un filosofo nelle gambe.
- Solitudini parallele: scrivere e correre sono attività profondamente solitarie che richiedono disciplina e introspezione.
- Il pioniere Murakami: Haruki Murakami, con “L’arte di correre”, ha sdoganato il legame tra la corsa e il processo creativo, trasformandolo in un tema letterario.
- Meditazione in movimento: Per Joyce Carol Oates, la corsa è una forma di meditazione che permette alla mente di vagare e risolvere i nodi della trama mentre il corpo è impegnato.
- Camminare per pensare: Molti grandi filosofi, da Kant a Nietzsche, consideravano la camminata un’attività essenziale per stimolare il pensiero e generare nuove idee.
- Atto culturale: La corsa non è solo uno sport, ma un vero e proprio atto culturale che connette corpo, mente e creatività, offrendo uno spazio per pensare e creare.
Scrivere è un atto solitario. Correre anche. Forse non è un caso.
C’è un momento, quando corri da un po’, in cui il mondo si restringe al ritmo del tuo respiro e al suono sordo dei tuoi piedi sull’asfalto. È uno spazio vuoto e pieno allo stesso tempo. Un deserto fertile. Ora, immagina di essere seduto a una scrivania, davanti a una pagina bianca. Silenzio. Il ticchettio di una tastiera, forse. Il mondo fuori scompare e tutto ciò che esiste è lo sforzo di mettere una parola dopo l’altra, cercando un ritmo, una melodia, un senso.
Vedi dove vogliamo arrivare? La corsa e la scrittura sono due delle attività più solitarie che l’essere umano abbia inventato. Richiedono disciplina, una certa dose di masochismo e la capacità di dialogare con quella parte di noi che, in genere, cerchiamo di mettere a tacere con il rumore della quotidianità. Forse è per questo che così tanti scrittori, pensatori e poeti hanno trovato nel movimento, che fosse una corsa sfrenata o una lunga camminata, non solo una valvola di sfogo, ma un vero e proprio strumento del mestiere.
Haruki Murakami: l’uomo che ha reso la corsa una forma d’arte letteraria
Quando pensi a uno scrittore che corre, il primo nome che ti viene in mente è quasi sicuramente il suo. Haruki Murakami. Con L’arte di correre (titolo originale, molto più bello e onesto: What I Talk About When I Talk About Running) ha fatto per noi runner quello che un buon vino fa con una cena mediocre: ha elevato tutto. Ha preso la fatica, il sudore, la noia dei chilometri e li ha trasformati in una metafora potentissima della vita e del processo creativo.
Per Murakami, correre non è un hobby, è parte integrante del suo essere scrittore. È la disciplina della maratona che si riversa nella stesura di un romanzo. È la capacità di sopportare la fatica e la solitudine per mesi, per anni, che accomuna il maratoneta e il romanziere. Non corre per trovare l’ispirazione nel senso romantico del termine; corre per svuotare la testa, per mantenere il corpo abbastanza forte da sopportare le ore di immobilità alla scrivania. Corre per essere un recipiente migliore per le storie che devono arrivare.
Oltre Murakami: gli altri insospettabili scrittori-runner
Ma sarebbe un errore pensare che il club degli scrittori-runner inizi e finisca con Murakami. La verità è che la pista, la strada e i sentieri sono pieni di romanzieri che macinano chilometri per schiarirsi le idee.
Joyce Carol Oates e la corsa come “meditazione in movimento”
Prendi Joyce Carol Oates, una delle voci più prolifiche e intense della letteratura americana contemporanea. In un suo saggio ha descritto la corsa come una forma di “meditazione in movimento”. Ha raccontato di come, correndo, la mente si liberi dai vincoli della logica e inizi a vagare. Spesso, le soluzioni ai problemi di trama che la assillavano alla scrivania le sono apparse all’improvviso durante una corsa. È come se il corpo, impegnato in uno sforzo ritmico e automatico, permettesse all’inconscio di fare il suo lavoro, di connettere i puntini e risolvere l’enigma.
Paolo Nori, quello che alla fine è uno che ha corso
In Italia, uno degli scrittori più appassionati di corsa è Paolo Nori. Quasi ogni volta che va a correre (spesso) ne scrive in modo ironico sui social, dando l’aria di essere uno mica tanto convinto di quello che fa, ma che alla fine lo fa lo stesso, e pure con una certa soddisfazione finale. Se può, ci infila anche un riferimento al suo grande amore dopo la letteratura russa, ossia il Parma. Perché, come dice lui stesso, ama le cose che lo fanno piangere.

E se le migliori idee arrivassero camminando? Il segreto dei grandi filosofi
E se allarghiamo un po’ il campo, dalla corsa alla camminata, il club si affolla di nomi che hanno costruito le fondamenta del pensiero occidentale. Immanuel Kant era così metodico nelle sue passeggiate quotidiane a Königsberg che i suoi concittadini, si dice, regolavano gli orologi al suo passaggio. Friedrich Nietzsche era ancora più esplicito: “Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina”.
Per questi pensatori, il movimento non era un accessorio, ma il motore stesso della riflessione. Il ritmo dei passi, il paesaggio che scorre, l’aria fresca: tutto contribuiva a oliare gli ingranaggi della mente, a liberare il pensiero dalle catene della scrivania e a permettergli di esplorare territori nuovi e inaspettati.
Correre per scrivere, scrivere per correre
Alla fine, che tu stia scrivendo un romanzo o semplicemente cercando di capire che direzione dare alla tua vita, il meccanismo è spaventosamente simile. Si tratta di mettere un piede davanti all’altro, una parola dopo l’altra, anche quando non ne hai voglia, anche quando ti sembra di non andare da nessuna parte. Si tratta di avere fiducia nel processo, nella disciplina, nella magia silenziosa che accade quando corpo e mente finalmente si mettono a dialogare.
Forse la prossima volta che uscirai per una corsa e ti sentirai frustrato per il cronometro o per la fatica, potresti provare a cambiare prospettiva. Non stai solo correndo. Stai scrivendo una storia. La tua. E ogni passo, ogni respiro, è una parola in più sulla pagina.