Oggi non corro, ma sono vestito come se stessi per farlo.
Jogger, felpa leggera, scarpe con tomaia in mesh e suola iperperformante. Sembro pronto a scattare per un 10 km tirato, invece sto solo andando a prendere un caffè. E se ci pensi, non sono l’unico. Sali in metro, attraversa una piazza o entra in un coworking qualsiasi: metà delle persone che vedi sembrano appena uscite da un allenamento. Solo che non hanno corso. E non correranno. Ma allora: com’è successo che lo stile del runner è diventato il nostro guardaroba quotidiano?
Una storia cominciata con una tuta (anzi, una felpa con zip)
C’è un prima e un dopo. Prima, negli anni ’70-’80, indossare abiti sportivi fuori dal contesto sportivo era quasi una provocazione: pensa alle adidas Superstar dei Run DMC e ai look street dei primi rapper newyorkesi. Il messaggio era chiaro: rompere le regole del “vestirsi bene” per ribadire identità, ribellione e appartenenza.
Poi è arrivato il comfort. Negli anni ’90 e 2000, la cultura street ha continuato a ibridare stili, mentre i brand sportivi iniziavano a flirtare con la moda. Nike lanciava collaborazioni con designer e artisti, adidas arruolava Yohji Yamamoto per Y-3, e in passerella sfilavano capi tecnici accanto a capi sartoriali. Non era più solo una questione di “vestirsi comodi”: era l’inizio dello sportstyle, ovvero l’idea che il linguaggio dello sport potesse diventare una grammatica stilistica quotidiana.
Athleisure: non è solo un nome difficile da scrivere
Il termine “athleisure” – fusione di athletic e leisure – è esploso nei 2010s, proprio mentre cambiavano le nostre abitudini. La palestra diventava un’estensione della giornata lavorativa, il tempo libero era sempre più dinamico, e lavorare da remoto significava potersi vestire anche “un po’ sportivi” senza dover giustificare nulla.
Secondo il designer Errolson Hugh (Acronym, Nike ACG), “la funzionalità è il nuovo lusso”. Ecco perché materiali tecnici come il Gore-Tex, il Polartec o le schiume leggere delle scarpe da running sono finiti nei guardaroba di chi magari non ha mai corso un chilometro. Perché comunicano qualcosa: sono segni visivi di una vita attiva, di uno stile consapevole, di una certa idea di efficienza – anche estetica.
Corsa e design: quando la performance è “cool”
Non è un caso che le scarpe più vendute degli ultimi anni siano modelli pensati per correre – e che pochi usano per farlo. On Running ha trasformato il suo design tecnico in oggetto di culto urbano. New Balance ha cavalcato la rinascita del retro running. Nike continua a produrre Air Max in nuove versioni, mentre ASICS ha fatto rinascere la linea GEL-Kayano in chiave fashion.
Le collaborazioni tra brand sportivi e stilisti hanno fatto il resto. Da Sacai a Comme des Garçons, da Wales Bonner ad Ader Error, passando per Gucci x adidas e Salomon x Maison Margiela. Il linguaggio è chiaro: lo sport è il nuovo vocabolario del lusso, e la corsa è la sua punteggiatura più credibile.
Il capo immancabile per ogni runner (anche in città)
Se devi scegliere un solo pezzo per costruire il tuo look sportivo-urbano, punta sulle scarpe. La sneaker da running – vera, non “ispirata” – è il manifesto estetico di questo stile.
Sceglila leggera, magari in una colorazione neutra.
Non serve che tu corra. Basta che sembri in grado di farlo da un momento all’altro.
Una nuova identità, anche se non corri (ma potresti)
Alla fine, vestirsi da runner anche quando non si corre è un piccolo atto di reinvenzione. È come dire: “Potrei essere appena tornato da un’uscita veloce” o “Tra un’ora magari vado a fare qualche km”. Oppure no. Ma importa poco. Perché ciò che indossi racconta un’idea di te: attivo, fluido, in movimento.
Anche quando sei fermo in fila dal panettiere.
Non è solo moda. È un modo di abitare il corpo, lo spazio e il tempo. E, a ben vedere, è una piccola dichiarazione d’intenti: io sono questo. Anche quando non sto correndo. Ma potrei.


