Perché giudicare chi corre per moda, per socializzare o piano è un autogol per tutta la cultura del running.
- Esiste una tendenza diffusa a giudicare chi non corre secondo canoni prestabiliti di velocità o abbigliamento.
- Il mondo del running si divide in tribù, dagli agonisti ossessionati dal cronometro alle crew sociali che puntano all’aggregazione.
- Il fenomeno del ”gatekeeping” è un meccanismo di difesa inutile: nessuno possiede l’esclusiva della corsa.
- L’aumento dei runner, anche quelli “modaioli”, porta benefici strutturali alle città e maggiore sicurezza per tutti.
- La diversità nell’approccio alla corsa è un valore: ogni passo conta, indipendentemente dal motivo per cui viene fatto.
- Smettere di giudicare libera energie mentali e ci permette di godere semplicemente del movimento.
“Quelli non sono veri runner, sono lì solo per l’aperitivo”. L’hai pensato anche tu?
Succede spesso al parco, o sulla ciclabile la domenica mattina. Incroci un gruppo nutrito, colorato, forse un po’ rumoroso. Hanno scarpe immacolate che costano il doppio delle tue, l’abbigliamento coordinato e, orrore supremo, stanno chiacchierando. Non ansimano. Sorridono. Magari si stanno persino facendo un selfie.
In quel momento, nel cervello del runner puro — quello che ha le unghie nere come medaglie al valore e la fascia cardio tatuata sul petto — scatta un meccanismo di difesa quasi tribale. Un pensiero rapido e tagliente: Questi non sono come noi.
È una forma di snobismo che colpisce chiunque abbia dedicato anni a una disciplina, soffrendo e sudando in solitudine. Vedere che la tua “religione” fatta di fatica viene interpretata da altri come un semplice passatempo sociale o, peggio, come una sfilata di moda, può irritare. Ma questa irritazione dice molto più di noi e delle nostre insicurezze che di loro. Perché la domanda vera non è se loro siano “veri” runner. La domanda è: perché ci interessa così tanto stabilire chi ha il diritto di chiamarsi tale?
Le tribù della corsa: dagli agonisti ai social runner
Il panorama della corsa è cambiato drasticamente. Fino a qualche anno fa, la distinzione era binaria: o eri un atleta, o facevi jogging per smaltire il pranzo di Natale. Oggi la situazione è frammentata e complessa.
C’è il runner performativo, per cui un’uscita senza GPS non è mai esistita. Vive di statistiche, VO2 max e segmenti su Strava. Per lui la corsa è un’equazione matematica dove il risultato deve sempre migliorare.
Poi c’è il runner meditativo, quello che esce all’alba per “pulirsi la testa”. Non gli importa del passo, gli importa dell’armonia con il cosmo.
E infine, c’è la nuova ondata, quella che spesso attira le critiche più feroci: i social runner.
Questi ultimi vivono la corsa come un catalizzatore sociale. Si ritrovano nelle running crew, corrono a ritmi accessibili (“sexy pace”, come dicono alcuni ironicamente) e spesso finiscono l’allenamento con una birra o un caffè. Per loro l’estetica conta quanto l’atletica. E sai una cosa? Va benissimo così. Non stanno dissacrando un tempio; lo stanno semplicemente arredando in modo diverso.
Il problema del “gatekeeping”: perché ci sentiamo in dovere di dare patenti di autenticità
In sociologia si chiama Gatekeeping. Immaginalo come un buttafuori immaginario che decide chi può entrare nel club e chi deve restare fuori. Nello sport, e nel running in particolare, il gatekeeping si manifesta ogni volta che stabiliamo regole non scritte per definire la “serietà” di un atleta.
- “Se non corri sotto i 5:00 al km, stai camminando.”
- “Se ti fermi a fare le foto, non ti stai allenando.”
- “Se corri solo perché va di moda su TikTok, smetterai tra un mese.”
Questo atteggiamento nasce dalla paura che la nostra passione venga banalizzata. Temiamo che l’aumento della popolarità diluisca l’essenza “pura” della fatica. Ma la verità è che la corsa è, per definizione, lo sport più democratico del mondo. Basta un paio di scarpe e una porta di casa da aprire. Mettersi a fare i guardiani della soglia in uno sport che appartiene biologicamente all’essere umano è un paradosso ridicolo. Nessuno ha il brevetto del movimento bipede.
La verità è che più siamo, meglio è (per la salute, per le città, per la sicurezza)
Se riesci a mettere da parte l’orgoglio del purista, ti accorgerai che l’invasione dei “runner lenti” o dei “modaioli” è la cosa migliore che potesse capitarci. È un gioco di numeri.
Più persone corrono, più le amministrazioni locali sono costrette a prendere atto che la città non è fatta solo per le automobili. Un esercito di runner — veloci, lenti, vestiti bene o male — è una massa critica che chiede marciapiedi più larghi, parchi più curati, illuminazione migliore e attraversamenti più sicuri.
La sicurezza stessa aumenta con il numero. Un parco frequentato da centinaia di persone che corrono in gruppo è un luogo più sicuro per tutti, specialmente per chi corre in solitaria nelle ore più buie.
Inoltre, l’industria dello sport investe dove ci sono i numeri. Se oggi abbiamo scarpe con tecnologie spaziali che proteggono le nostre articolazioni, è anche grazie a chi compra l’ultimo modello solo perché è di un bel colore. I loro acquisti finanziano la ricerca che permette a te di abbassare il tuo personale in maratona. È un ecosistema: abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Corri come vuoi, lascia correre gli altri. La strada è di tutti
Alla fine, la strada è un grande livellatore. L’asfalto è duro uguale per chi corre a 3:00 al chilometro e per chi ne impiega 7:00. Il vento in faccia è lo stesso. I benefici cardiovascolari, la produzione di endorfine, la sensazione di libertà: sono democraticamente distribuiti.
Dovremmo smettere di guardare il polso degli altri per vedere che tempo fanno e iniziare a guardarli in faccia per fare un cenno di saluto. Che stiano preparando le Olimpiadi o cercando di entrare nei vecchi jeans, che corrano per sfuggire ai demoni o per incontrare nuovi amici, stanno facendo la stessa cosa che fai tu: stanno mettendo un piede davanti all’altro.
La corsa non è un club privato con selezione all’ingresso. È una festa di piazza. E alle feste, più gente c’è, più ci si diverte. Quindi, la prossima volta che vedi quel gruppo chiassoso e lento, non alzare gli occhi al cielo. Unisciti a loro, o superali con un sorriso. In entrambi i casi, state andando nella stessa direzione.




