Le vecchie scarpe da running non sono rifiuti, sono contenitori di memoria: ecco perché fatichiamo a buttarle e come imparare a lasciarle andare (facendo del bene).
- Quasi tutti i runner conservano scarpe scariche che non useranno mai più.
- Non è accumulo seriale: è attaccamento emotivo ai ricordi che quelle scarpe rappresentano.
- Le scarpe sono testimoni silenziosi dei nostri periodi di vita (belli e brutti).
- Per lasciarle andare: fai una foto, ringraziale e riciclale (per esempio, progetti come Esosport) per trasformarle in pavimentazione per parchi giochi.
C’è un angolo della casa di ogni runner che è off-limits per il resto della famiglia. Spesso è un ripiano alto dell’armadio, una scatola in garage o, per i più coraggiosi, una scarpiera dedicata.
Lì dentro riposano loro: le scarpe “morte”.
Sono scariche, con l’intersuola che ha ceduto anni fa, la tomaia bucata in corrispondenza dell’alluce e un odore che, diciamolo, non è esattamente di lavanda. Eppure sono ancora lì.
Ti viene chiesto ciclicamente: «Ma queste le usi ancora?». E tu, mentendo sapendo di mentire, rispondi: «Sì, certo, per i lavori in giardino» (anche se non hai un giardino).
Perché lo facciamo? Perché ci risulta fisicamente doloroso gettare via un oggetto che, tecnicamente, è un rifiuto?
Perché per noi non sono rifiuti. Sono diari.
Apri l’armadio e sii onesto: quante paia di scarpe “morte” conservi?
Se facessimo un censimento, scopriremmo che il runner medio possiede almeno tre paia di scarpe inutilizzabili per ogni paio in uso.
Le guardiamo e razionalmente sappiamo che non ci correremo mai più. Sappiamo perfettamente quando cambiare le scarpe da running e riconosciamo i segnali di usura: quelle scarpe lì hanno dato tutto. Sono finite.
Eppure, l’idea di metterle nel sacco della spazzatura ci sembra quasi un peccato imperdonabile.
Non sono solo gomma: sono chilometri, ricordi e medaglie invisibili
Il punto è proprio questo: le scarpe da running sono “contenitori di memoria”.
Quell’ASICS gialla fluo del 2018? È quella con cui hai preparato la tua prima maratona. Magari è deformata, ma se la guardi rivedi le albe gelide di quell’inverno.
Quella New Balance blu? È quella che avevi ai piedi nel periodo in cui avevi cambiato lavoro ed eri stressatissimo, e la corsa era la tua unica valvola di sfogo.
Quell’adidas consumata sul tallone? C’era lei quando hai fatto il tuo personal best sui 10k e ti sentivi invincibile.
Le scarpe assorbono la nostra vita. Sono state testimoni silenziose delle nostre chiacchierate con gli amici, dei nostri pianti solitari, delle nostre idee migliori.
La psicologia dell’accumulo: perché ci affezioniamo a una suola consumata
Gli psicologi direbbero che proiettiamo sugli oggetti la nostra identità. Per un runner, le scarpe sono l’estensione del proprio corpo e della propria volontà.
Conservarle è un modo per dire a noi stessi: «Guarda cosa ho fatto. Guarda quanta strada ho percorso». È una prova tangibile della nostra disciplina e della nostra storia.
In un mondo digitale dove tutto è impalpabile (i dati su Strava, le foto su Instagram), la scarpa consumata è una prova fisica, sporca e reale della nostra fatica. È una medaglia che solo noi possiamo vedere.
Dagli una seconda vita: le opzioni per il riciclo (perché la discarica è triste)
Il motivo finale per cui spesso non le buttiamo è il senso di colpa ecologico. Buttare plastica e gomma nell’indifferenziato ci fa sentire in colpa.
Ma c’è una soluzione bellissima che chiude il cerchio: il riciclo specifico.
Esistono progetti meravigliosi, come Esosport, che raccolgono le scarpe sportive vecchie.
Cosa ne fanno? Triturano la gomma della suola per creare la pavimentazione anti-trauma dei parchi giochi per bambini o le piste d’atletica.
Pensaci: le tue vecchie scarpe, che hanno corso tanto, rinasceranno sotto i piedi di un bambino che gioca o di un altro atleta che corre.
Non è una fine molto più dignitosa e poetica che restare a prendere polvere in fondo a un armadio?


