Pare che gli atleti d’élite con ADHD nei college americani siano l’8%. La percentuale potrebbe dirti molto o poco ma per inquadrarla meglio te ne diamo un’altra: si stima che l’ADHD interessi il 2,5% della popolazione americana adulta. Ciò significa che, in proporzione, ci sono molti più atleti élite nei college che vivono questa particolare condizione di quanti ve ne siano nella popolazione in generale. Questi numeri hanno interessato quella parte di ricerca medica applicata allo sport che si è chiesta se l’ADHD (ossia “attention deficit hyperactivity disorder” o in italiano “Disturbo da deficit di attenzione e iperattività”) si possa considerare un vantaggio, almeno atleticamente parlando.
Prima di tutto: cos’è l’ADHD/Disturbo da deficit di attenzione e iperattività
Se hai già sentito parlare di ADHD, probabilmente penserai a difficoltà di attenzione e iperattività. L’ADHD è una modalità di funzionamento del cervello che diverge da quelle considerate normali. Ecco perché è classificato come neurodivergenza. Altrettanto lo sono l’autismo, la dislessia, la disprassia o il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD).
Il mondo medico non li definisce come modalità diverse (divergenti, appunto) di funzionamento del cervello che possono dare abilità particolari a chi le possiede, e non come “disfunzioni” o problemi da correggere. L’ADHD in particolare si può rivelare utile nel mondo ipercompetitivo delle gare, dato che permette ad alcuni atleti di entrare in uno stato di “flow” durante la competizione, migliorando notevolmente le prestazioni.
In condizioni “normali” l’ADHD si manifesta però con la disattenzione, l’iperattività e l’impulsività. Ognuna di queste caratteristiche comporta problemi ma anche, in ambito sportivo, dei vantaggi. In particolare, la disattenzione comporta difficoltà a rimanere concentrati a scuola o al lavoro, a organizzare il proprio tempo e i propri soldi e ha come effetti collaterali le difficoltà scolastiche, la frequente perdita di oggetti personali (chiavi, soldi ecc.); l’iperattività comporta incapacità di stare fermi a lungo (ancora una volta: a scuola, seduti al banco o in ufficio, alla scrivania), un eloquio accelerato e a volte incomprensibile e incapacità di rilassarsi; l’impulsività, infine, può portare le persone con ADHD a non aspettare il proprio turno per parlare, a interrompere gli altri e a reagire troppo tempestivamente alle situazioni, senza valutarne bene le conseguenze.
Da un altro punto di vista
Cosa rende un atleta con ADHD migliore di uno che non ce l’ha? Molti atleti d’élite lo raccontano, e fra questi, per citarne solo due, Michael Phelps e Simone Biles, entrambi pluripremiati atleti olimpionici. Uno dei tratti che li accomuna è la capacità di iperfocalizzazione che gli permette di entrare in uno stato di “flow” durante la competizione. Lo stesso Phelps racconta che il nuoto era l’unico modo che conosceva per rallentare il tempo e calmare la sua mente iperattiva. Nuotare velocemente come solo lui sapeva fare, paradossalmente, lo aiutava a rallentare.
Quelli che sono svantaggi nella vita “normale” possono insomma rivelarsi vantaggi in ambito sportivo. Per esempio l’impulsività – problematica nella vita di tutti i giorni – sul campo da gioco si trasforma in capacità di prendere decisioni rapide e reagire istantaneamente agli stimoli. L’iperfocalizzazione permette di concentrarsi al massimo su ciò che stanno facendo sul campo da gioco, e non a caso gli atleti con ADHD spesso descrivono questa sensazione come “l’essere in flow”. La difficoltà a mantenere la concentrazione li renderebbe invece più performanti sotto pressione. Le situazioni di routine e ripetitive li portano alla distrazione mentre quelle di grande pressione (come le gare) li fanno invece rendere al massimo.
Non è tutto oro
Le stesse caratteristiche che possono avvantaggiare gli atleti con ADHD possono anche presentare svantaggi, come:
- Maggiore esposizione agli infortuni, dato che l’impulsività può aumentare il rischio di incidenti e infortuni.
- Burnout e gestione dello stress: gli atleti con ADHD possono avere difficoltà a bilanciare gli impegni sportivi con altre responsabilità, portando a un maggiore rischio di burnout. La concentrazione che riescono a mettere nello sport insomma può sbilanciare le loro attenzioni verso altri aspetti della vita, esasperando i tratti che descrivevamo prima, come la difficoltà a gestire il tempo, i soldi o il lavoro, in conseguenza della difficoltà di organizzazione.
L’ADHD nelle atlete
L’ADHD ha un’altra caratteristica: si manifesta in modo diverso tra uomini e donne. Le donne, incluse le atlete, spesso presentano sintomi meno evidenti di iperattività e impulsività, ma possono invece avere più difficoltà con la disorganizzazione, la procrastinazione e l’eccesso di perfezionismo. Questo rende l’ADHD più difficile da diagnosticare dato che può anche sconfinare nell’OCD (disturbo ossessivo compulsivo).
Come gestire l’ADHD nello sport
Il successo sportivo di un atleta con ADHD dipende spesso da una gestione efficace del disturbo. La chiave è una diagnosi corretta e un piano di trattamento personalizzato, dato che spesso l’ADHD viene contenuta e controllata con l’impiego di farmaci stimolanti e di protocolli comportamentali o una combinazione di entrambi. Alcuni atleti dichiarano di ricevere benefici anche da metodi naturali come la meditazione o la mindfulness o la terapia cognitivo-comportamentale.
I farmaci tra l’altro possono dare effetti collaterali come insonnia o aumento della pressione sanguigna. Gli stimolanti sono inoltre soggetti a normative antidoping rigorose, che richiedono agli atleti che ne fanno uso particolari dispense. Infine, dato che diversi atleti con ADHD la percepiscono come un vantaggio, temono che l’uso di farmaci possa “smorzare” i suoi benefici.
L’ADHD può insomma rappresentare una risorsa inaspettata per alcuni atleti d’élite. L’iperfocalizzazione, la capacità di prendere decisioni rapide e una migliore gestione dello stress sotto pressione sono solo alcune delle caratteristiche che possono dare loro un vantaggio durante le competizioni.
(Via Women’s Health Mag)




