C’è qualcosa di profondamente umano nell’atto di correre eppure è difficile mettersi d’accordo su cosa significhi per ognuno. In effetti ci sono mille modi diversi di rivestire di significato questa attività, quasi uno per ogni persona che corre. Eppure, osservando i runner che popolano i nostri parchi e le nostre strade, emerge una verità sorprendente: nonostante il gesto della corsa sia sempre quello per tutti, esistono fondamentalmente due modi diversi di vivere questa esperienza.
I due grandi gruppi
Tutti i runner del mondo, dai principianti agli ultramaratoneti, possono essere divisi in due grandi categorie. Da una parte ci sono coloro che corrono con un obiettivo: preparare una gara, perdere peso, migliorare le prestazioni, combattere lo stress, o raggiungere una forma fisica ideale. Dall’altra parte c’è invece chi corre per la corsa in sé, per il puro piacere di muoversi, di sentire il ritmo del respiro che si sincronizza con quello dei passi, di vivere quei momenti di perfetta armonia tra corpo e mente.
Chi è nella prima categoria vede nella corsa uno strumento potente di trasformazione. Chi è nella seconda la considera già una destinazione.
Il senso della corsa è la corsa stessa
Io appartengo a questa categoria o gruppo: io corro per il gusto di correre.
Il pensarci mi ha fatto tornare in mente il grande George Carlin, che di mestiere faceva il comico ma sapeva essere terribilmente serio quando voleva, una volta rispose a chi gli chiedeva quale fosse il senso della vita con una frase semplice e tagliente come un haiku: “Il senso della vita è la vita stessa”. Vale anche per la corsa, per chi appartiene al secondo gruppo: il senso della corsa è la corsa stessa. Non c’è bisogno di metterci altro.
Così come il senso della vita può essere trovato nella vita stessa, il senso della corsa risiede nell’atto stesso del correre. Non c’è bisogno di giustificazioni esterne, di obiettivi da raggiungere o di traguardi da conquistare. Ogni passo è già completo in sé, ogni respiro è già una vittoria.
Chi appartiene a questo gruppo ha scoperto che la corsa è meditazione in movimento, è connessione diretta con il proprio corpo e con l’ambiente circostante. È presenza pura, un momento in cui il passato e il futuro svaniscono, lasciando spazio solo all’adesso.
Diversi
Le differenze tra questi due approcci si manifestano in ogni aspetto dell’esperienza:
L’approccio orientato agli obiettivi trasforma ogni uscita in un tassello di un puzzle più grande. Il cronometro diventa un giudice severo, i chilometri percorsi si traducono in numeri da analizzare, ogni allenamento viene valutato in base alla sua efficacia nel raggiungere il traguardo prefissato. C’è disciplina, strategia, a volte anche sacrificio. La soddisfazione arriva principalmente dal progresso misurabile e dal raggiungimento dei traguardi prestabiliti.
L’approccio contemplativo è quello che adotto io. Non significa che corro fischiettando e guardando che forma hanno le nuvole ma, piuttosto, che tento di cogliere in ogni corsa il suo aspetto unico e irripetibile. Non ho aspettative da soddisfare oltre al semplice desiderio di muovermi. Il mio corpo diventa una bussola affidabile: se chiede di rallentare, rallento; se vuole accelerare, accelero. La soddisfazione nasce dall’ascolto profondo di sé stessi e dalla capacità di essere completamente presenti in ogni momento della corsa.
Chi corre con un obiettivo spesso corre anche quando non ne ha voglia, spinto dalla disciplina e dall’impegno. Chi corre per la corsa in sé lo fa quando sente il richiamo, quando il corpo e la mente reclamano quel momento di libertà e connessione.
Chi corre per il solo piacere di correre invece non ha bisogno di una trama. Corre come si ascolta una canzone: per l’emozione che suscita, non per ciò che insegna. Non cerca il progresso, ma la presenza. Non corre per arrivare, ma per stare. C’è un che di anarchico e profondamente liberatorio in questo modo di correre. Non devi dimostrare nulla. Non c’è performance. C’è solo quel passo dopo l’altro, e un filo invisibile che unisce il respiro al mondo.
Strumento o fine?
Entrambi gli approcci hanno la loro bellezza e il loro senso. La distinzione vera risiede nel considerare la corsa come uno strumento di automiglioramento oppure come fine a sé stessa.
Chi usa la corsa come strumento la inserisce in un progetto più ampio di crescita personale, fisica o mentale. È un mezzo per diventare una versione migliore di sé, per conquistare nuove sfide, per dimostrare a sé stessi di poter superare i propri limiti. C’è nobiltà in questo approccio, c’è determinazione e volontà di crescita.
Chi invece vive la corsa come fine in sé ha scoperto che non c’è nessun posto dove arrivare perché si è già arrivati. Ogni passo è già il traguardo, ogni respiro è già la ricompensa. Non c’è nulla da dimostrare, nulla da conquistare: c’è solo da essere, completamente e autenticamente.
Forse il segreto non sta nello scegliere definitivamente uno dei due approcci, ma nel riconoscere che entrambi possono coesistere nella vita di ogni runner. Ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di obiettivi chiari, di sfide da superare, di traguardi da raggiungere. E ci sono altri momenti in cui l’unica cosa che conta è il piacere puro del movimento, la gioia semplice di sentirsi vivi e in armonia con il proprio corpo.
E forse, alla fine, il vero lusso è poter cambiare prospettiva, a seconda dei giorni. Perché ci sono mattine in cui correre per è l’unico modo per uscire di casa, e altre in cui, correndo, ti accorgi che non serve nulla. Che sei già dove devi essere.




