ATTENZIONE: questo articolo non ha alcun fondamento scientifico e ha come unico scopo farsi quattro risate.
C’è un momento preciso nella vita di ogni runner in cui, dopo mesi di allenamenti, uscite all’alba, investimenti in scarpe e orologi con più sensori di un rover marziano, sente sua zia dire:
“Bravo, ma attento: ho letto che correre fa venire l’artrite.”
In quel momento capisci due cose:
- Che non ti libererai mai dei luoghi comuni.
- Che la scienza è un concetto molto elastico.
Perché la verità è che tutti – dalla zia, al barista, al vicino che ha fatto la Stramilano nel ’97 – hanno una loro idea precisa di cosa significhi essere un “vero runner”. Alto, magro, instancabile, con una soglia anaerobica che sfiora l’iperspazio e, soprattutto, mai una goccia di sudore. Uno che “non si allena, si prende cura del proprio potenziale”. Un essere mitologico che vive a ispirazione, carboidrati complessi e podcast motivazionali in norvegese.
Le verità “scientifiche” (forse)
Un recentissimo studio dell’Università di Follingshire (UK), pubblicato su The Journal of Recreational Excellence, ha definito il prototipo perfetto del runner moderno:
“È un individuo con lunghezza del femore superiore alla media, soglia del dolore sopra quella di un torero e abbonamento a Spotify Premium.”
Il Dottor Harold W. Plimpton, esperto di performance e brunch per sportivi, ha aggiunto:
“La vera differenza tra un amatore e un professionista è il numero di volte in cui riesce a parlare di lattato senza arrossire.”
Intanto, la scienza seria fa il suo: il VO₂ max resta un parametro fondamentale, ma nessuno ha ancora capito se si può migliorare semplicemente camminando velocemente verso il buffet degli integratori. Gli studi confermano che l’alimentazione è centrale: alcuni suggeriscono una dieta ricca di carboidrati, altri propongono il digiuno intermittente (che non è altro che saltare un pasto), altri ancora consigliano semplicemente di “mangiare come tua nonna ti ha sempre detto”.
I dogmi della zia (e altri esperti da divano)
Ma poi arriva lei: la cultura popolare.
Secondo un’indagine non autorizzata su un campione di parenti e conoscenti, il runner:
- Corre troppo e quindi si consumerà le ginocchia.
- Mangia solo insalata e quinoa.
- È sempre triste, perché altrimenti non scapperebbe da casa alle 6 del mattino.
- Ha problemi relazionali, altrimenti correrebbe con qualcuno, no?
- Perde i capelli, ma questo anche se non corre.
A questo si aggiunge la credenza – non supportata da alcuna evidenza scientifica ma fortemente radicata nei gruppi WhatsApp – che il runner perfetto debba “correre con disinvoltura, senza mai sembrare affaticato”. Come se l’affaticamento fosse una debolezza morale, una caduta di stile.
L’estetica del runner
Per i magazine degli anni ’90 (e di alcuni brand ancora oggi), il runner ideale indossa pantaloncini coordinati al battito cardiaco, ha un BMI che sfida la logica, e quando corre sembra in un videoclip degli OK Go. Il sudore? Non contemplato. I muscoli? Solo definiti, mai troppo ingombranti. Un perfetto mix tra un modello di Calvin Klein e Kipchoge.
Ma esiste davvero?
La verità sta nel mezzo (e spesso sbuffa)
La realtà è che, per la maggior parte di noi, correre è un atto imperfetto, meravigliosamente umano. Siamo quelli che dimenticano di disattivare Strava dopo l’allenamento e registrano anche la spesa e quelli che giurano di non comprare più scarpe, salvo poi prenderne un altro paio “perché mi servono per gli allenamenti medio-veloci”.
Siamo quelli che corrono lenti, veloci, a sprazzi, a momenti. Quelli che si fermano per fare una foto al tramonto e quelli che cantano i Muse in cuffia per ignorare il fiatone.
E no, non siamo perfetti. Ma in fondo, chi lo è?
Conclusione (ma tanto domani si corre ancora)
Il runner ideale?
Forse è solo un’illusione, un mix tra immagini da rivista, consigli non richiesti e fantasie da film sportivo anni ’80.
Oppure, molto più semplicemente, è chi si allaccia le scarpe e corre a modo suo.
Con il fiatone, col sorriso, con il mal di gambe, con la playlist sbagliata o quella giusta.
Magari anche con un po’ di sudore, ma solo per sembrare meno sospetti agli occhi di tua zia.




