Mentre a Chamonix tutto era (quasi) pronto per il Grande Circo by UTMB noi eravamo ancora da questa parte del traforo, relativamente freschi e al riparo dal bombardamento mediatico che avremmo subìto dal giorno successivo.
Val Veny, poco sopra Courmayeur. In un campeggio tranquillo e silenzioso alle pendici del Monte Bianco, uno di quei posti in cui ti viene voglia di fermarti almeno un paio di settimane.
Hoka Tecton X 3 era lì che ci aspettava, pronta per essere calzata, pronta per essere testata. Dopo avere visto il prototipo Tecton X 2.5 ai piedi di Jim Walmsley per molti mesi — prima total black e infine total White — ecco finalmente la scarpa nella sua versione definitiva, la stessa che indosserà pochi giorni dopo Vincent Bouillard vincendo inaspettatamente UTMB e dando una sana scrollata al mondo del Trail Running.

Come dice il titolo: queste sono prime impressioni. Avremo poi modo nelle prossime settimane di correrci più chilometri ed entrare nel dettaglio, ma le prime impressioni hanno la loro importanza ed è inutile raccontarci che le copertine dei libri non contano. Ad esempio il mio piede non è mai andato molto d’accordo con Hoka. Non ho mai capito se fosse per la (mia) pianta stretta o per il modo in cui corro: resta il fatto che spesso non sono riuscito ad andare d’accordo anche con scarpe che apprezzavo molto, scarpe con le quali avrei voluto eccome andare d’accordo.
Mi sono seduto, ho indossato le Tecton X 3 e non ci volevo credere: calzavano alla perfezione. Mi avvolgevano il piede come una calza, senza che si muovesse minimamente, quasi senza che mi rendessi conto di indossare una scarpa. Sicuramente in parte grazie al collarino in tessuto (di un’altezza smodata) che oltre a impedire qualsiasi possibilità di intromissione detriti favorisce quella sensazione di perfetta simbiosi scarpa/piede.
Correre in Val Veny è una gioia per gli occhi e per il cuore.
Il ghiacciaio ti guarda dall’alto e la luce è stupenda a qualsiasi ora, colorando la montagna di sfumature sempre diverse. Ci siamo presi il tempo necessario per un primo test degno di questo nome. Siamo stati fuori un paio d’ore. Ci siamo goduti salite violente e discese tecniche, così da poter valutare tutti i tipi di appoggio, senza però disdegnare qualche chilometro ben corribile in cui abbiamo sviscerato la natura stessa della scarpa che con la sua piastra in carbonio nasce per essere stressata in velocità. Non è mancato un imprevisto doppio guado di un fiume: se all’andata abbiamo cercato di saltellare tra una pietra scivolosa e l’altra, al ritorno ci siamo serenamente immersi fino alle caviglie nell’acqua gelida.


Dopo quel test ci ho corso ancora qualche chilometro, per togliermi gli ultimi dubbi prima di buttare giù queste righe. Per il momento, per me è un grande sì. Raramente mi sono sentito così tutt’uno con la scarpa, caviglia/piede/tomaia/suola come fossero una cosa sola.
La struttura a calza cede leggermente in stabilità ma i rinforzi laterali fanno il loro dovere se sai come correrci, non dimentichiamo che resta la scarpa top di gamma di Hoka, pensata e studiata per atleti che sanno il fatto loro quindi no, non la consiglierei a un principiante. Il grip è impressionante: saltellando sulle pietre bagnate ci siamo tutti stupiti di quando restassimo adesi ad esse, anche con pendenze notevoli. Si tratta di un “classico” Vibram Megagrip Litebase con traction lugs ma ho avuto la netta sensazione che la mescola fosse più morbida e di conseguenza più sticky di altre scarpe con la stessa tipologia di suola. Evidentemente anche il disegno del tassello fa la differenza. La tomaia è in Matrix, morbida e molto resistente: dopo aver guadato il fiume si è asciugata in pochi minuti (meno traspirante invece la soletta, che è rimasta bagnata ben più a lungo).
La colorazione black/blue non mi fa impazzire e forse non rende giustizia al design dell’oggetto in sé che invece trovo davvero ben riuscito: è stata rilasciata a Chamonix in edizione limitata di trecento pezzi numerati ma ora si può acquistare (credo in esclusiva) anche sul sito web ufficiale. Spero di vedere presto quel total white che Jim Walmsley ha sfoggiato alla Western States Endurance Run 2024, oppure un white/bronze a cui Hoka ci ha già abituato in passato.
Il prossimo passo è correrci. Tanto.
Mi viene voglia di farci qualcosa di lungo e corribile, 80-100 chilometri relativamente veloci. Certo bisogna vedere come si comparta una scarpa del genere dopo 15-20 ore, quando il piede (e non solo) è assai stanco. Credo che lo scoprirò molto presto.



