Il diritto di stare soli

In un mondo che ci vuole sempre connessi, correre diventa una forma di sottrazione. Di ribellione gentile. Di silenzio attivo. Ecco perché la solitudine può essere un atto rivoluzionario.

C’è una differenza sottile ma decisiva tra essere soli e sentirsi soli. E in quella sottigliezza si annida una delle libertà più preziose che ci restano: quella di scegliere di ascoltare il nostro silenzio.

Viviamo in un tempo che ci esige perennemente connessi, raggiungibili, pronti a commentare. Un torrente in piena di notifiche, messaggi, chiamate, like e condivisioni. Siamo diventati le stazioni radio di noi stessi, costantemente in onda a trasmettere, perché se non lo fai, è come se non esistessi. O peggio, passi per asociale.

In questo grande teatro dell’iper-connessione, correre da soli assume il significato di una sottrazione volontaria. Una ribellione gentile. È il nostro modo di comunicare al mondo: “Mi dispiace, per la prossima ora non sono disponibile. Ho un appuntamento importante con me stesso”. Noi chiamiamo la corsa “la nostra ora di vacanza quotidiana”, e il motivo è proprio questo: in vacanza si presuppone di non essere disturbati dal mondo là fuori.

La solitudine come territorio personale

Quando corri da solo, non lo fai solo per allenarti. Stai cercando un confine. Uno spazio mentale dove il rumore del mondo si attenua e la tua voce interiore torna a farsi sentire, riemergendo finalmente dalla confusione generale. Non si tratta della voce che ti giudica o ti sminuisce, ma di quella che osserva, che ascolta, che sa stare.

La solitudine della corsa ha una geografia tutta sua. Non importa se sei in un parco, su un argine, tra i palazzi o in un sentiero di collina. Quello spazio, in quel momento, diventa tuo. Un luogo sicuro, dove nessuno entra senza il tuo permesso. Qualsiasi spazio diventa tuo perché lo domini, grazie alla corsa e alla decisione che hai preso di essere solo con te stesso.

Una cosa che non vuoi condividere, almeno una

Al giorno d’oggi ogni passo può (e spesso deve, perché ti senti in dovere di) essere tracciato, registrato, condiviso, commentato. Ogni corsa può essere trasformata in contenuto. Ma cosa succede se decidi che quella corsa no? Che non salverai il percorso. Che non dirai a nessuno con che passo hai coso. Che correrai senza musica e senza orologio? TI sintonizzerai solo sul tuo ritmo interiore, perché finalmente riuscirai ad ascoltarlo.

Succede che ti riprendi qualcosa. Che fai spazio. Che, nel gesto apparentemente semplice di correre senza lasciar traccia, stai togliendo qualcosa al resto del mondo per darlo a te. Perché ti stai sottraendo all’obbligo di esserci sempre, di raccontarti sempre, di giustificarti sempre.

Il pensiero segue il ritmo

Ma è proprio in questo spazio vuoto, in questo silenzio attivo, che accade qualcosa di speciale. O forse qualcosa di incredibilmente normale, di cui però abbiamo perso l’abitudine. Cominci a pensare, sul serio. Non quel pensiero frammentato e distratto che ci accompagna durante la giornata, mentre salti da una mail a un post sui social, da una preoccupazione di lavoro a cosa preparare per cena.

No, è un pensiero differente. Più lento, più profondo. Un pensiero che segue il ritmo del tuo respiro e dei tuoi passi. Diventiamo più attenti, più presenti a noi stessi e a ciò che ci circonda. Smetti di essere un semplice consumatore di contenuti per tornare a produrre pensieri. Pensieri tuoi, originali, magari un po’ bizzarri, ma innegabilmente autentici.

Comunità

Il paradosso di un’esperienza del genere è che potrebbe sembrare solitaria e quindi isolata dall’appartenenza a una comunità e invece riguarda proprio la tua vita al suo interno. Scegliere di staccarsi, anche solo per un’ora, dal grande circo della connessione perenne, significa riaffermare il proprio diritto all’individualità. Per poi ritornarvi ricaricato, con una prospettiva diversa.

C’è chi corre per compagnia, per sfogarsi, per migliorare. E poi ci sei tu, che a volte corri per startene per conto tuo. Senza dover spiegare il perché. Senza dover dire se ti senti bene o male. Perché quel tempo è tuo. Ed è un tempo pieno.

È il tuo diritto, non concesso da nessuno. Non scritto da nessuna parte, ma profondamente inciso nella tua voglia di restare un po’ in silenzio. Di camminare o correre senza interferenze. Senza la necessità di dimostrare niente.

Una ribellione gentile

Stare soli mentre si corre non è un rifiuto del mondo. È un modo diverso di abitarlo. Non gridato, non ostile, non aggressivo. Una ribellione silenziosa e cortese, come chi si alza da una tavola troppo rumorosa e va a sedersi in giardino, da solo, a guardare le nuvole.

Non tutti capiranno. Qualcuno penserà che sei misantropo, strano, poco socievole. Ma tu sai che è proprio in quella distanza che riesci a sentire meglio. Il battito, il respiro, i pensieri che si ordinano. E forse, anche, una forma più definita di te.

È un esercizio per ricalibrare i sensi. Per tornare ad ascoltare il suono dei nostri piedi sull’asfalto, il tuo respiro che si fa più pesante in salita, il fruscio del vento tra gli alberi, i rumori della città che si affievoliscono in lontananza.

Non è una fuga

Correre da soli non è fuggire. È ritornare. A te, alle cose che ti abitano, alle domande che hai imparato a non temere. È un modo di fare silenzio dentro il rumore. Un modo per ricordare – ogni giorno – che non siamo obbligati a stare sempre insieme, se non lo vogliamo.

Quindi, la prossima volta che esci a correre da solo, non sentirti in colpa. Non sei un asociale, né un orso. Stai compiendo un piccolo, silenzioso atto di ribellione. Stai reclamando il tuo spazio, il tuo tempo, i tuoi pensieri. Stai esercitando il tuo sacrosanto diritto di stare da solo.

E in un mondo che urla costantemente, a volte, la cosa più potente che possiamo fare è goderci un po’ di sano, meraviglioso, silenzio.

Pensando che abbiamo ancora, se lo vogliamo, il diritto di stare soli.

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