Sudore e ossigeno

Correre con il caldo - prese le dovute cautele - può ricordarti la tua vera natura. Che non è fatta sempre di comodità acquisite

C’è qualcosa che detesto più del caldo: correre con il caldo. E allora come si fa se non si può partire con un’idea di fresco prima dell’alba, come ingegnarsi se si decide di uscire verso le 8 dovendosi sorbire una temperatura vicino ai 30°?

Per quanto dia di fava (ndr bischero in toscano – ndr sprovveduto in Italiano) a chi si mette in strada nelle giornate più calde a orari improponibili, per quanto sappia che la temperatura interna è molto soggettiva, per quanto sia stata messa al corrente dalla statistica che esistono persone a cui piace il caldo e correrci in mezzo, fosse per me l’unica soluzione sarebbe rinunciare. Facile, no? No. Perché chi corre, da poco o da una vita, se ha già messo in saccoccia quel cruciale momento in cui passi da “No, devo correre, me lo impongo ma non ho voglia” a “No, non voglio correre, ma ho voglia, non posso stare fermo”, capisce facilmente che addosso hai quell’elettricità che devi scaricare oltre l’orizzonte di un tapis-roulant fosse pure all’aperto: quel ribollire costante che ti accompagna richiede la strada e quell’ossigeno che ti viene incontro a secchiate imprevedibili.

No, non sto parlando di dipendenza meschina a cui cedere pavidamente: puoi provare a fare qualsiasi altra cosa invece che correre fuori, come palestra, camminata, yoga, pilates, ricreare la situazione più faticosa con mille pesi e serie assistito magari da un po’ d’aria condizionata, ma ognuno di noi lo sa che non è la stessa cosa, e che soprattutto non riesce a domare quella frizzantezza che hai addosso.

Come ormai in una società come la nostra si cerca di edulcorare tutto, che pare di essere diventati tutti rimbambiti in un mondo di ovatta ma zeppo di stress che dà dipendenza, dovremmo invece ricordarci che è impossibile evitare le nostre paure, non è sano negare lo spiacevole, è folle non accettare che siamo un pugno di animali semi-evoluti, minacciosi e minacciati, e che, ohibò dovremo morire (e giustamente Troisi se lo segnava sul calendario). Quel calendario a noi manca sempre più. Assieme allo stordimento della morbidezza tossica in cui galleggiamo.

Un giorno chiesero all’architetto giapponese Tadao Ando perché le sue architetture avevano così tante scale e lui rispose “Perché voglio ricordare alle persone che hanno un peso”.

La corsa a 30° può non essere una prerogativa da fave: può rappresentare tutto ciò che vorremmo essere e mantenere per il resto della giornata, e fino alla fine dei nostri giorni. Compostezza nell’affrontare l’impresa. Determinazione nel voler scorgere al di là dell’ignoto. Equilibrio nell’organizzazione dell’abbigliamento. Gioia nella scelta della playlist o della completa casualità. Attenzione nel bagnarsi come se dovessimo affrontare un incendio. Esaltazione mentre si esce di casa, si viene investiti dalla calura, e il corpo manda immediatamente un segnale inequivocabile al cervello che dice semplicemente: Fanculo.

Se durante la corsa riusciremo a mantenere nelle nostre gambe e nella nostra testa queste poche regole di base, allora torneremo a essere quegli umani senzienti che sanno di avere di fronte delle durezze, lo sanno eccome, ma le affronteranno ricordandosi che l’unico modo di averci a che fare è reagire: al caldo, alla vita. Perché tanto se si prova a defilarsi, rimarrà imperterrita e puntuta quell’energia da scaricare che richiede solo e sempre una formula chimica ben precisa: H2O. Sudore e Ossigeno.

Silvia

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