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Correre a Ginevra

  • 3 minute read

Il clima deprimente non facilita l’uscita da sotto questo piumone caldo e invitante: il cielo è plumbeo, c’è una pioggerellina fine che non promette nulla di allegro e la temperatura è fissa sui 0 gradi. Devo ammettere che ci vuole una discreta forza di volontà per uscire fuori dal letto e convincersi che andare a correre questa domenica mattina d’inverno è la cosa giusta da fare. Chissà se un giorno troverò la risposta alla domanda che tutti i runners si fanno varie volte nel corso della loro vita: ma peeeerchè?! Lascio la domanda a mezz’aria, tanto è inutile cercare una risposta, e mi preparo. Rifaccio il letto (sia mai che l’invitante calduccio mi tenti proprio quando sto per uscire dalla camera d’hotel), prendo l’ascensore, auguro bonjour alla receptionista ed esco in strada.


Ahi. Il freddo è pungente. Metto le mani dentro le maniche della felpa e inizio a saltellare per scaldarmi mentre aspetto che il Garmin trovi la posizione GPS. Lo stretching questa mattina è fuori discussione: non vorrei mai che mi ritrovassero statua di ghiaccio. Un nanosecondo dopo il bi-bip del Garmin parto spedita in direzione lago di Ginevra. Dovrebbero essere 5km in discesa all’andata e altrettanti in salita al ritorno. Noto che il numero di persone in giro la domenica mattina è uguale al numero di persone che si vedono in giro in centro di sera: zero. Non c’è davvero anima viva, così attraverso tutte le strade e gli incroci senza rispettare i semafori. In totale solitudine, immersa nel silenzio ovattato della pioggerellina, passo davanti ad una bella chiesetta di pietra, costeggio una collinetta e finalmente imbocco un grande viale alberato che dovrebbe portarmi dritta al lago. I marciapiedi sono belli larghi e al di là degli alberi ai lati della strada ci sono grigi palazzoni che ricordano l’architettura popolare di fine anni ’70: non proprio la Ginevra che mi ero immaginata. Passo davanti a UNICEF, all’Organizzazione Mondiale della Salute e finalmente arrivo alla piazza della Nazioni Unite dove c’è la gigantesca sedia a tre gambe di Handicap International. Mi fermo per scattare qualche foto e riparto. Non vedo ancora il lago, ma quel cartello che segnala l’entrata al parco dell’Ariana mi suggerisce che dovrei essere vicina.


Mi lascio i marciapiedi d’asfalto alle spalle e inizio a correre sui sentieri ghiacciati del parco. Devo fare attenzione a dove metto i piedi perché qua e là ci sono intere lastre di ghiaccio. In alcuni punti il ghiaccio non è molto spesso e si rompe facilmente sotto le scarpe; in altri punti sembra più solido e devo stare attenta a non scivolare. Presto abbandono i sentieri del parco e creo da me un percorso sui pochi sprazzi di erba non completamente ghiacciati. Questo zigzagare mi porta dritta al lungolago, ma ahimè, non c’è modo di proseguire: la passerella di cemento che costeggia il lago è completamente ghiacciata. Il ghiaccio ha avvolto alberi, panchine e lampioni e la visione è talmente surreale che non sono sicura di essermi svegliata stamattina; magari sono ancora sotto il piumone a sognare di freddi paesi del nord dove le principesse sono avvolte in bianche pellicce e i castelli sono circondati da neve e ghiaccio. Mi fermo ad ammirare la scena e a scattare qualche foto, sperando di catturare la calma, il silenzio e la staticità del paesaggio che ho davanti. Rimango ancora un po’ ad assaporare il silenzio ghiacciato di questo posto e poi faccio dietrofront: doccia calda, sto arrivando!

Cristina Lussiana


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