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Correre in Senegal

  • 3 minute read

Sembra proprio che stamattina sarà la prima volta che corro sulla sabbia. Tutti gli altri percorsi prevedono vari zig-zag tra resorts e lodges per sperare di arrivare a una strada asfaltata che sarà sicuramente trafficata alle 6 del mattino. Tanto vale rimanere qua in zona e sperimentare qualcosa di nuovo. Nello scarso repertorio di calze da corsa che mi sono portata appresso, scelgo le calze più lunghe per limitare fastidiosi granelli di sabbia tra il piede e la scarpa.

La Petite Côte (piccola costa) senegalese non fa sconti: la temperatura di 33’C e il 75% di umidità richiederebbero pantaloncini svolazzanti e canotta, non pervenuti. In valigia ci sono solo pantaloncini di cotone e magliette a mezze maniche. Lascerò che la brezza marina mattutina faccia la sua funzione traspirante.

Allaccio le scarpe e mi dirigo verso la spiaggia: inizia proprio fuori dall’hotel ed è una bella lingua di sabbia a forma di mezzaluna lunga più o meno un km che finisce con un ammasso di rocce e palme. Inizio con un passo molto leggero anche perché non è facile trovare la parte di sabbia con la giusta compattezza. Troppo vicino al mare affondo in pozze simili a sabbie mobili; troppo lontano dal mare arranco in piccole dune. Decido di seguire la scia degli altri runners sulla spiaggia: non ci sono donne, solo ragazzi tra i 15 e i 25 anni che corrono lentissimi e agitano le braccia in avanti e indietro, come durante un allenamento di pugilato. Dai muscoli che mostrano sembrano curare molto il loro aspetto fisico. Li sorpasso a uno a uno (ve l’ho detto, sono davvero lenti!) e dalle parole che mi rivolgono noto che hanno molto più fiato di me: Bonjour mademoiselle, comment ça va? Avez-vous bien dormi? L’exercice fait du bien! Courage! Une bonne journée! Tu es Française? Piccoli monologhi ai quali rispondo con monosillabi o un cenno della mano. Non sapevo si potesse chiacchierare così tanto durante una corsa. Sulla sabbia!

Continuo a correre finché finalmente la mente smette di preoccuparsi del percorso da seguire, del fiato troppo affannato e degli altri runners che incontro: mi rilasso e inizio a godermi il paesaggio. Oltre il mare, laggiù all’orizzonte, il sole è sorto da un po’ e illumina l’inattività della spiaggia: ci sono baracche e capanne di legno e paglia che apriranno a breve come ristoranti e caffè pieds dans l’eau (piedi dentro l’acqua) e le tipiche barchette senegalesi colorate di giallo, verde, azzurro, bianco e rosso che con nomi poetici affronteranno l’oceano atlantico in cerca di pesce. Più in là, i muri delle case ricordano che al di là di questa lingua di sabbia c’è un mondo che esige che noi lavoriamo, produciamo, guidiamo, funzioniamo. Non di qua: qui è tutto molto semplice e senza pretese, un sincero tentativo di godersi al meglio il tempo su questa piccola spiaggia con ciò che si ha, lasciando fuori la frenesia dell’asfalto e del cemento.

Frenesia che non manca a Dakar, la capitale: esco a correre al mattino presto su lunghissimi marciapiedi disconnessi e maltenuti accanto a strade trafficate piene di smog. Corro lungo voragini di cemento, passi carrai mai terminati, buche ricoperte di polvere (o sabbia?) e altre costruzioni di asfalto non meglio definite. Dakar sembra una città in continua distruzione, probabilmente una fase necessaria per lasciar posto a qualcosa di nuovo, e correre qua mi lascia una sensazione a metà tra l’agitazione e lo sfinimento. Per recuperare le energie mentali perse, compro da un venditore ambulante una manciata di cacahuettes: il Senegal è tra i primi produttori mondiali di arachidi e anche l’unico posto dove riesco a mangiarle – di solito non mi piacciono. Ne metto in bocca qualcuna, mezze sbucciate e mezze no: le papille gustative gioiscono e il nervosismo post-corsa se ne va. Ho appena scoperto il comfort food versione senegalese!

Cristina Lussiana


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