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Sta tutto nella testa

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A distanza di qualche tempo dalla sua uscita e soprattutto dopo la straordinaria vittoria di Eliud Kipchoge con conseguente nuovo record del mondo in maratona, è il caso di rivedere questo documentario di National Geographic in collaborazione con Nike.

È stato girato durante tutto l’anno che ha preceduto la preparazione del Breaking2 fino a quel fatidico giorno di maggio 2017 quando tre atleti – fra cui Kipchoge – tentarono l’assalto al record più folle della storia della maratona: correrla in meno di 2 ore.

Non uno spot

Si può essere comprensibilmente scettici nell’affrontare un documentario del genere. Il sospetto che possa trattarsi di uno spot di un’ora non è esagerato ma bisogna onestamente ammettere che non lo è. Di certo Nike non poteva scomparire perché il guanto di sfida l’aveva gettato lei e gli atleti erano i suoi, però bisogna ammettere che è stata capace – o ha avuto il tatto – di fare un passo indietro, mettendo in luce solo il senso della sfida. Delle scarpe usate per tentare il record per esempio si parla per qualche manciata di secondi, descrivendole tecnicamente e in maniera molto blanda.

L’attenzione è concentrata invece sulla preparazione dei tre atleti e sul loro background culturale e umano. Dall’inizio della preparazione lungo tutti i mesi che hanno preceduto un evento così unico, attraverso le loro parole si riesce a capire come si motivano, si concentrano, mangiano, si allenano e vivono con le loro famiglie e nelle loro comunità.

Un pregio della sua scrittura è senz’altro quello di aver privilegiato la descrizione dei protagonisti, rendendoli molto più umani e non solo degli uomini superveloci che appaiono in griglia, corrono come dei razzi e scompaiono subito dopo aver bruciato qualche record.

Eliud Kipchoge, Zersenay Tadese e Lelisa Desisa si mostrano nella loro natura più intima: fortissimi e velocissimi ma anche in difficoltà, come quando a metà della preparazione si capisce che Desisa (uno che ha comunque vinto due volte la Boston Marathon) ha dei problemi e che probabilmente non ce la farà (completerà poi il Breaking2 ma ben 14 minuti oltre il tempo limite e in evidente affanno).

Un monumento

L’uomo che senza dubbio emerge è lui: Eliud Kipchoge. Si può leggere la grandezza del personaggio a posteriori, cioè sapendo oggi, settembre 2018, che ha stabilito un record del mondo o anche apprezzarne solo la solidità umana e la forza mentale. A detta dei suoi preparatori atletici, fra lui e Tadese il più forte fisicamente è quest’ultimo ma la volontà e la capacità di concentrazione di Kipchoge lo rendono un marziano. Lui è l’esempio di un uomo con limiti fisici (come tutti) che grazie a un controllo sovraumano della mente è capace di spingere il suo corpo ai confini della realtà.

Se ci fosse qualche dubbio sulla statura morale e umana di questo grande uomo basta vedere le immagini degli ultimi metri del Breaking2: la telecamera indugia sul suo volto tirato nello sforzo finale. Eppure se si guarda con attenzione non si può non notare che sta sorridendo. Ripeto: potrebbe essere la tensione dello sforzo fisico ma quell’espressione sembra davvero la pura felicità di un uomo che sta facendo la cosa giusta e lo sa.

No spoiler, anzi sì

Si sa già come è andata a finire, quindi non ti svelo niente se ti anticipo che il record non è stato battuto. 25 secondi hanno diviso Kipchoge dallo stabilire un nuovo limite umano. Eppure non è un motivo valido per non guardare questo documentario che non è uno spot e che è molto interessante per capire come si preparano degli atleti pazzeschi, come sono in definitiva umani anche loro e soprattutto come a fare la differenza non siano le scarpe o i km percorsi ma una sola cosa, alla fine: la testa che hai. Il muscolo su cui bisogna lavorare di più è il cervello.

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